<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><rss xmlns:atom='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' version='2.0'><channel><atom:id>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002</atom:id><lastBuildDate>Mon, 23 Nov 2009 18:23:30 +0000</lastBuildDate><title>il blog di ad est dell'equatore</title><description>Questo è uno spazio dedicato a chi scrive e a chi vuole dire la sua. Inviateci i vostri racconti: selezioneremo i migliori e li proporremo sottoponendoli al giudizio dei lettori in rete.</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/</link><managingEditor>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</managingEditor><generator>Blogger</generator><openSearch:totalResults>54</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>25</openSearch:itemsPerPage><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-3221513235095602087</guid><pubDate>Tue, 17 Mar 2009 16:40:00 +0000</pubDate><atom:updated>2009-03-17T09:44:43.616-07:00</atom:updated><title>Numero di Marzo</title><description>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/Sb_SnOTcb8I/AAAAAAAAAQs/7crN604gYsw/s1600-h/milingo+DEF.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5314197656616857538" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 266px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/Sb_SnOTcb8I/AAAAAAAAAQs/7crN604gYsw/s400/milingo+DEF.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Ecco in anteprima la copertina del nostro nuovo romanzo.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;MILINGO CONTRO TUTTI di Filippo Anniballi, da aprile in libreria. Per ora accontentatevi del nuovo numero del nostro blog...&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-3221513235095602087?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2009/03/numero-di-marzo.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/Sb_SnOTcb8I/AAAAAAAAAQs/7crN604gYsw/s72-c/milingo+DEF.jpg' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-974511795469048717</guid><pubDate>Tue, 17 Mar 2009 16:38:00 +0000</pubDate><atom:updated>2009-03-17T09:40:10.084-07:00</atom:updated><title>PRONTO SOCCORSO di Alessandro Monticelli</title><description>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/Sb_SPnawAQI/AAAAAAAAAQk/9kOEHn4tfr0/s1600-h/799fe5fdc4ffb3a682fee3d11016bbc1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5314197251041526018" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 383px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/Sb_SPnawAQI/AAAAAAAAAQk/9kOEHn4tfr0/s400/799fe5fdc4ffb3a682fee3d11016bbc1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;La mattina dopo mi svegliai tardi con un dito rotto.&lt;br /&gt;Non ricordavo come fosse successo,la serata precedente era stata molto alcolica&lt;br /&gt;Ma doveva essere accaduto nell’ultimo locale dove quasi all’alba&lt;br /&gt;Buttavo giù gli ultimi bicchieri di vino e rum ballando e stringendo una femmina&lt;br /&gt;Con un viso che purtroppo non reggeva il confronto con il corpo.&lt;br /&gt;Così mi vestii usando nove dita, salii in macchina e mi diressi al pronto&lt;br /&gt;Soccorso.Era quasi ora di pranzo di un sabato mattina privo di caos ospedaliero&lt;br /&gt;Pochi camici bianchi e ancora meno i malati nei corridoi,forse ad una certa ora del giorno anche il dolore si riposa.&lt;br /&gt;Suonai il campanello mi aprirono ed io mostrai il dito all’infermiere con baffi setosi&lt;br /&gt;Che mi disse di attendere, il dito mi doleva ma prima dovevano sistemare un tizio&lt;br /&gt;Con una grande benda su di un occhio e un ragazzo che doveva timbrare un certificato.&lt;br /&gt;Aspettai credo una trentina di minuti pensando a cose assurde e fuori luogo come mi capita&lt;br /&gt;Spesso nelle sale d’aspetto dove ogni tanto ci si ritrova per le più disparate situazioni.&lt;br /&gt;Finalmente la porta si apre ed una infermiera sui trenta anni bassa e bionda mi fa cenno di entrare.&lt;br /&gt;Ci sediamo in una stanza dove mi chiede le generalità e la causa dell’incidente,ignorando la causa mi invento una caduta (lo so da un artista ci si aspetta un po’ più di inventiva ma avevo sonno e la testa ancora fuori fase) lei mi guarda il dito e se ne esce con un “WOW è tutto storto”mi domando&lt;br /&gt;Se prima di metterli là dentro gli facciano un corso di etica sociale sanitaria ma non mi va di risponderle e mi limito a guardarla come fosse un brufolo rosso al centro della fronte.&lt;br /&gt;Dopo qualche minuto mi mandano nella sala raggi,per sapere come sta il dito hanno&lt;br /&gt;Bisogno di una lastra ed anche lì aspetto nel corridoio vuoto non so quanto tempo mentre il personale all’interno di una stanza sparla ad alta voce degli orari di chiusura dei negozi e di una puttana che sembra mettere d’accordo tutti quanti su un paio di specialità della casa.Dalla lastra risulta chiara una frattura,quindi bisogna andare in ortopedia per una visita.Dopo un paio di giri a vuoto mi fanno sedere e tornano alla ricerca dell’ortopedico scomparso,alle mie spalle ci sono dei distributori automatici che vomitano a due tizi tramezzini e coca-cola i due si lagnano delle ultime detrazioni in busta paga e del turno di schifo che fanno. Per quel che mi riguarda credo che la gente sia stufa,annoiata,stanca perché magari fa un lavoro che non le piace, fa delle cose o vive situazioni&lt;br /&gt;Che non le piacciono è insoddisfatta.Così penso che anche un piccolo segno serve a dare respiro&lt;br /&gt;Ad una vita in apnea,può essere qualsiasi cosa da una buona scopata a un sorriso a una&lt;br /&gt;rosa, qualcosa. Finalmente la caccia al medico si è conclusa,seguo l’infermiere ed il radiologo&lt;br /&gt;per le scale, mi precedono in sincronia salendo i gradini uno a uno ed al centro con il cappotto&lt;br /&gt;poggiato sulle spalle li seguo come i pugili quando entrano nell’ arena sferrando montanti&lt;br /&gt;all’aria,il dottore sembra sapere il fatto suo mi dice cosa ho come sistemerà il dito e quando&lt;br /&gt;ma prima di allora ordina agli infermieri di ingessarmi il braccio bloccando il dito. Alle 14:25&lt;br /&gt;il gesso è fatto, mi poggiano di nuovo il cappotto sulle spalle ed esco dalla stanza preceduto&lt;br /&gt;nuovamente dal mio team,ma dagli sguardi della gente e dal mio braccio è chiaro che l’avversarioabbia avuto la meglio. Mi avvio verso l’uscita e aperta la porta mi inonda un mare di luce, chiudo gli occhi e dalla tasca tiro fuori gli occhiali da sole, il mal di testa sembra scomparso la temperatura è mite, un vecchio in una jeep agitandosi bestemmia ad alta voce sporgendosi dal finestrino aperto un cane fermo all’angolo della strada guarda la scena e ride di gusto.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-974511795469048717?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2009/03/pronto-soccorso-di-alessandro.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/Sb_SPnawAQI/AAAAAAAAAQk/9kOEHn4tfr0/s72-c/799fe5fdc4ffb3a682fee3d11016bbc1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-223667229069396601</guid><pubDate>Tue, 17 Mar 2009 16:33:00 +0000</pubDate><atom:updated>2009-03-17T09:35:50.978-07:00</atom:updated><title>DEATH IN ESSEX di Poloismylife</title><description>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/Sb_ROyROIwI/AAAAAAAAAQc/xKitTnD-pbU/s1600-h/splatter_skyline1.gif"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5314196137262850818" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 269px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/Sb_ROyROIwI/AAAAAAAAAQc/xKitTnD-pbU/s400/splatter_skyline1.gif" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;“Ti sei bevuto l’ultima birra brutta merdaccia?”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Joe del resto ne ha le palle piene del fatto che non faccio altro che far finta di cercare lavoro e bere lattine di sidro a nastro, la sua è una missione che ha per scopo quella di farmi diventare quasi normale. Ultimamente Joe è come le puttane che smettono di battere, o i drogati che smettono di farsi, diventano tutti Giovanna D’Arco… si credono tutti dei piccoli E.J. Hoover che ti ronzano intorno come zanzare della CIA. Gli dai incredibilmente fastidio perché in un certo senso gli ricordi loro stessi. Non riescono a fare i conti con quello che sono stati, stai a vedere poi che è colpa tua solo perché sono tirchi e non gli va di andare da qualche tizio a farsi psicanalizzare…&lt;br /&gt;La casa dove abitiamo con Zio e la sua sciroccata svedese del San Martin’s College, è su due piani e confina con un maledetto Kentucky Fried Chicken che come esci sulla scaletta nel retro, la scaletta di ferro, o ti viene voglia di pollo fritto oppure ti metti a vomitare sui gradini. Qualche volta pensi al suicidio. Sono tre mesi che sono venuto qui a ripigliarmi, diciamo che ci sono riuscito al 60%, sono persino più grassottello. Lo dice anche Joe quando si fa le canne spaparanzato sul divano, quando è di buon umore, quando si è trombato una diciottenne. Altre volte gli devono venire le sue cose e riesco a farlo stranire soltanto per la faccia che mi ritrovo e allora dice che sono quello di sempre. Nel mio caso non è mai un complimento anche se io per spirito di sopravvivenza lo prendo come tale e sorrido a trentaduemila denti. Le giornate si susseguono come fotocopie tutte uguali, per via del cielo sempre bianco, del odore di pollo fritto. Io però adoro la ripetitività, quindi mi sta bene anche sto tempo infame. Ha fatto delle belle giornate di sole quando ancora facevo lo spazzino a nord di Walthamstow, ma la cosa mi lasciava indifferente. Anzi, talvolta m’indispettiva giacché alle sette del mattino faceva freddo e verso le undici dovevo liberarmi della giacca poiché sudavo, quindi la dovevo sistemare alla male e peggio sul mio trabiccolo pieno di merdate. Un bambino paki una volta mi chiede con immensa faccia da cazzo e un inquietante peluria sul labbro superiore se sono per caso un barbone o se raccolgo soltanto la robba che i barboni si lasciano appresso. Non curandomi di essere visto dalle macchine che sfrecciano sulla strada a me assegnata, vibro un colpo di scopa ma il ragazzino la schiva e mi fa una pernacchia. Un futuro campione di cricket? Non ricordo bene perché mi sia licenziato dalla nettezza urbana del nord di Londra, anche se una vaga idea ce l’ho. Poco male. Dopo un po’ di cazzeggio, innumerevoli passeggiate per la via del mercato, su e giù con il Job center, vengo incastrato dal mio amico. Forse la diciottenne lo ha accannato per un coetaneo, infondo io non ci vedo nulla di sbagliato in questo. Dunque me l’ha trovato Joe un bel lavoretto, un impiego al Sainsbury’s, la catena di supermercati dentro la quale tempo qualche mese verrò arrestato per taccheggio. Joe mi porta un bel depliant e sostiene che ci sono immense possibilità di far carriera. C’è della malcelata ironia nelle sua parole, nonché una punta di sadismo. Di colpo mi metto in testa di nutrire un odio viscerale nei suoi confronti e smetto di rivolgergli la parola. D’ora in poi ci comunicherò soltanto a gestacci. La realtà è che lui non vede l’ora di vedermi indossare una divisa da babbeo, mica gliene importa più di tanto che io mi dia da fare, vuole vedermi vestito da pupazzo per venire colto da isteria e ridere fino a pisciarsi addosso. Inutili i miei piagnistei che preferirei rimettermi a fare lo spazzino, vendere il culo o seppellire morti. L’affitto incombe, non faccio mai la spesa, è ora che mi renda utile alla causa tanto più che ho finito di scrivere la tesi a Sofia, la debosciata di Zio e non ho più uno straccio di alibi. Oltretutto essendo Zio uno spacciatore, solitamente preferisco sempre farmi pagare in merce anziché in contanti. Niente da fare. Mi tocca andare a fare il colloquio, Joe non si fida e mi segue da casa e fino alla porta del supermercato, mi sistema la camicia e mi pettina come farebbe una mamma. Una volta dentro, sono circondato da inglesi ritardati e minoranze etniche dall’aria mille volte più determinata di me. Sono moderni, quindi ci fanno compilare un po’ di questionari in un ufficio dal soffitto fastidiosamente basso. Le luci sono al neon, vado a fumare una sigaretta al cesso e mi rendo conto che sono così pallido che sembro quasi trasparente. Forse, mi illudo, non mi assumeranno perché sono invisibile. Ma quelli che si curano delle assunzioni ne sanno una più del diavolo. Ci infliggono un filmino sul supermercato e poi ci dicono di annotare quello che abbiamo visto. Cristo, ho un gran bel spirito d’osservazione, come minimo mi fanno dirigente. La prendo come una sfida, ma vedo i pakistani e persino gli inglesi buzzurri scrivere senza sosta come reporter anni cinquanta. Io giocherello imbarazzato con la penna prestatami da una cicciona con il velo. Mi vengono in mente scioglilingua e filastrocche friulane che mi cantava mia nonna, sorrido alla mia nuova amica islamica ma lei mi ignora. Passano un po’ di giorni, Joe si alza per andare al lavoro e mi maledice perché io posso dormire in attesa delle decisioni dei responsabili personale del Sainsbury’s. Rido e mi tiro la coperta fino alle orecchie, Joe pensa a qualche forma di vendetta. So che devo stare in guardia, ma conto pecorelle e mi riaddormento. Io e il mio amico, condividiamo è vero il letto, ma siamo come Kato e L’ispettore Cluseau, sebbene sia difficile dire chi dei due è chi. Quando poi ci ubriachiamo, nonostante lui sia due metri e io solo uno e ottanta ci pistiamo, improvvisiamo bumfights che i nostri amici fanno finta di non conoscerci e ci lasciano a piedi. La nostra è una rivalità demenziale che viene fuori dopo la sesta o settima pinta. In genere iniziamo con delle punzecchiature, per poi passare agli insulti, a coinvolgere le nostre madri, fin quando in strada prendiamo la zuppa da quelli dell’esercito della Salvezza e ce la rovesciamo addosso, mentre ci prendiamo a pugni sulla scala mobile della metropolitana, che poi arriva qualche tipa in divisa blu che ci intima di piantarla che altrimenti chiama gli sbirri. Certo, certo… le interferenze altrui ci distolgono l’uno dall’altro, una breve tregua, ma poi si ricomincia che se non torniamo su per la scaletta di ferro nel retro di casa, belli imbalsamati non siamo contenti. Sofia ci chiede se siamo pazzi, noi le ruttiamo in faccia anche se Zio non è contento, ma pazienza lei è svedese.&lt;br /&gt;Ed il lavoro purtroppo stavolta arriva. Joe mi consegna la busta marrone con un sorriso malvagio dal momento che l’ha già aperta e sa che il miracolo che aspettava da tempo è arrivato. Inizio a prendere a calci la stanza, non riuscendo a capacitarmi del fatto che quei pezzi di merda hanno avuto il coraggio di assumermi. Joe mi carezza la testa, io mi calmo e vengo rapito da visioni mistiche. Il lavoro lo immagino come una morte con un saio arancione, il colore del supermercato, anziché una falce, stringe un codice a barre. Vorrei scappare, ma stavolta proprio non posso. La casa in cui mi trovo ha un bel tepore, gli altri fanno la spesa e io di tanto in tanto mi metto a cucinare. Guardiamo Borat e pippiamo ketamina. E’ un idillio sfigato d’accordo ma pur sempre un idillio. Cosa ci sia di idilliaco non riesco a metterlo bene a fuoco, ma va bene così in fondo.&lt;br /&gt;“Credi ti daranno una divisa Billy?”&lt;br /&gt;Cerco d’ignorarlo, bevo dalla mia lattina di ghetto sidro facendo finta di seguire un documentario sull’aquarello, con tre rotti in culo che devono dipingere un paesaggio in qualche posto in Cornovaglia.&lt;br /&gt;“Secondo me ti starà bene la divisa, ti darà un aria importante…”&lt;br /&gt;Gli dico d’impiccarsi e mi accendo una sigaretta. Arriva pure Zio, si unisce allo sghignazzo dell’altro deficiente ma poi per tirarmi su il morale decide di portarmi a prendere un po’ d’aria fresca. Si va dal batterista dei Death SS, uno dei suoi clienti che preferisco. Uno che le pasticche le chiama “gnam gnam” e che la coca la chiama “naso”. Passo delle ore spensierate, il Death SS dice bestialità una dietro l’altra, Zio mi controlla per vedere se la cosa mi diverte. Per qualche oscura ragione a certe persone diverte il fatto che certe cose mi divertano. Ogni tanto devo andare al bagno perché mi viene la ridarella. Poi Zio mi offre una botta di bamba sperando che magari m’incastro e la smetto di fare l’imbecille che dopotutto lui sta lavorando. Ma questa specie di orso di uomo, credo venga da Sabaudia, Latina o qualche altro inferno laziale, non si rende conto quanto mi fa morire. Infatti io lo ascolto e lo invito a dirne di più grosse, così alla fine gli sto tanto simpatico che me ne offre una anche lui. Usciamo da tana delle tigri e visto che ci muoviamo come tutti e due come Pinocchio, Zio propone di andarci a fare un paio di pinte. Tanto paga lui…&lt;br /&gt;Mi presento al Saynsbury alle nove del mattino del grande giorno. Vado nell’ufficio di un Pakistano moderno e corpulento. Sto tizio in giacca e cravatta parlotta con un inglese, sono di buon umore entrambi. I sfodero un sorriso costipato.&lt;br /&gt;“A Filippo, come Filippo Inzaghi…”&lt;br /&gt;Bofonchio una bestemmia tra i denti e mi presento nel reparto vestizione pupazzi. Mi mollano la mia bella divisa, adesso non ricordo ma oltre ai pantaloni a sigaretta da poliziotto e la camicia, c’è una sorta di cravatta che si fissa con una pin e il meraviglioso maglioncino arancione che Joe sogna ormai da giorni. Ma il pezzo forte sono gli scarponcini che mi fanno camminare come Frankenstein. Mi mettono subito nel ventre mollo del supermercato, il magazzino. Ci sono un ciccione cockney che non c’è mai e un tipo jamaikano di mezz’età che si rulla sigarette ogni cinque minuti. Vengo addetto allo scarico merci dai camion. Lavoro sulla rampa e carico il muletto a mano di generi alimentari, poi li metto dove mi dicono loro. Facciamo un po’ d’inventario, siamo la quint’essenza della svogliatezza. A pranzo vado a casa, i piedi mi fanno così male che se qualcuno mi regalasse dei pattini me li metterei per andarmi a suicidare contro mano addosso un camion. A casa non c’è nessuno e ringrazio dio, giacché finalmente posso constatare davanti allo specchio quanto sono finito in basso. Mi faccio un panino e due lattine di sidro, poi mangio un pacchetto di vigorsol, in preda ad un attacco di bulimia da gomma arabica. Torno al mattatoio e leggermente brillo aspetto istruzioni. Il Jamaikano mi dice di prendermela comoda, di sedermi pure. Poi arriva un inglese con un aria a metà tra il finocchio ed il nazista che mi chiede perché non ho nulla da fare. Borbotto che sono nuovo. Il pederasta fa una faccia strana e mi domanda se sono Irlandese. Questa poi…&lt;br /&gt;“Allora che ci fa un italiano con un nome spagnolo a Walthamstow? precisamente nel magazzino di un Sainsb…”&lt;br /&gt;“Non è spagnolo”&lt;br /&gt;“Come ti pare, sicuro di non essere irlandese?”&lt;br /&gt;Dopo che il rompipalle se ne va e il Jamaikano esce dal suo nascondiglio, gli domando cos’è sta storia degli irlandesi. Bob fa spallucce e dice che il tipo deve averlo pensato perché ho un aria pigra e che dicendogli di essere italiano non ho certo migliorato le cose.&lt;br /&gt;Il giorno dopo Bob mi mostra il mio nuovo incarico. Andiamo fuori dove c’è una gigantesca pressa, davanti alla quale sono sistemati altissimi carrelli pieni di cibo avariato che dovrò sterminare io in persona. La pressa è pericolosissima, un tipo ci è morto dentro ma il mio collega non si ricorda bene come. Mi mostra il funzionamento dei pulsanti, mi da una specie di badile, una giacca e mi fa buona fortuna. Mi gratto le palle. Inizio a spiaccicare merda, maledicendo Joe ad ogni palata. Mi si inzaccherano per bene i pantaloni e smadonno perché da essi si leva un odore mefitico. Ogni tanto passa il Jamaikano a vedere se non sono morto o se per caso sono fuggito.&lt;br /&gt;All’una torno a casa, Zio apre la porta e mi sbotta a ridere in faccia. Tiro via la linguetta dalla lattina e mi sparo tutta la pinta in un colpo solo, avanzo fino al salotto barcollando. Sono sul punto di mettermi a piangere. C’è Naso, ormai lo chiamiamo così al tipo dei Death SS. Lui non trova nulla di anormale nel mio nuovo modo di andare in giro. Se ne sta lì ad acchittare e siccome Zio si guarda bene dall’unirsi al suo cliente, mi offre una raglia che proprio non gli piace pippare da solo. A sto punto…&lt;br /&gt;Mi passa la fame, mi imparanoio a pensare alla pressa, ringrazio Naso e scendo giù per la scaletta di ferro doppiamente irrigidito che gli scarponcini da handicappato non erano già abbastanza. Passo all’Off-licence e i turchi, abituati a vedermi sotto ben altre vesti, non ce la fanno a trattenersi e si fanno una risatina pure loro. Non mi incazzo perché mi fanno credito, mi attacco alla seconda lattina di K Cider e camminando come Forrest Gump quando ha i tutori di metallo mi avvio a spalare qualche altra quintalata di merda. La sera del giorno dopo, facendo del bricolage strafatto di ketamina mi apro il palmo della mano in due con un taglierino. Ho reciso il muscolo, Joe fa chiamare l’ambulanza a Zio perché gli viene da vomitare. Sento molto dolore e perdo tanto sangue, ma mi dico che tutto sommato domani dovranno metterci qualche altro stronzo davanti alla pressa. All’ospedale non sono in grado di ricucirmi, quindi il giorno dopo Joe che si è preso un bello spavento chiama un taxi mi ci sbatte dentro. Dobbiamo andare in un ospedale specializzato in questo genere d’infortuni, nell’Essex. Mi dico bene, io non ci sono mai stato nell’Essex…&lt;br /&gt;Lungo la strada ci fermiamo a una stazione di benzina, siccome non hanno birra Joe mi prende tre quattro giornaletti porno, due Snickers ed un Mars.&lt;br /&gt;“Puoi portarmi della robba domani? Ti faccio rientrare…”&lt;br /&gt;Joe mi ignora. Do un morso a una barretta, la frullo dalla finestra, le altre se la stucca il mio amico ora concentratissimo nella lettura del porno che mi dovrebbe tirare su il morale ma che mi farà solo fare figure di merda con le infermiere.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-223667229069396601?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2009/03/death-in-essex-di-poloismylife.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/Sb_ROyROIwI/AAAAAAAAAQc/xKitTnD-pbU/s72-c/splatter_skyline1.gif' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-7101854112079376156</guid><pubDate>Tue, 17 Mar 2009 16:30:00 +0000</pubDate><atom:updated>2009-03-17T09:33:04.754-07:00</atom:updated><title>IL GRANDE DRAGO VERDE di Nico Siriani</title><description>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/Sb_QuZYGIfI/AAAAAAAAAQU/CQS9xuNB2h4/s1600-h/sa.bmp"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5314195580824986098" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 246px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/Sb_QuZYGIfI/AAAAAAAAAQU/CQS9xuNB2h4/s400/sa.bmp" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;La signora Siriani sollevò la testa dalla rivista, con un sospetto. Il sospetto, che era sottile e appena percepibile, aveva il gusto acre di un limone appena spremuto, e si nascondeva come un indizio dietro l’odore di salsedine e della plastica dei palloni che rimbalzavano sulla sabbia. I palloni sbucavano fuori a centinaia e quando volavano per aria tutti assieme, sembravano poter ricoprire il cielo intero. Ma non succedeva mai. Rimanevano sempre delle larghe toppe azzurre, dalle quali filtravano i raggi del sole.Nell’alzarsi, la signora cercò di mantenere un certo contegno, visto che non le andava di farsi prendere per matta. Distese lentamente le ginocchia e si avviò verso la riva. Tanto non c’è fretta, pensò, lo faccio giusto per dare una controllatina, ma è tutto Ok. Lasciò le proprie impronte in fila indiana, finché non arrivò sul bagnasciuga. La sabbia friggeva e la spiaggia era come una padella. Annegò i piedi nell’acqua. Poi, con estrema calma, ispezionò con lo sguardo l’intero lido. Più tardi passò al mare e alle onde, standosene sempre ferma in quella sua posizione strategica.Quando il signor Siriani sentì le urla della moglie, capì subito quello che stava succedendo, ecco qui, si disse, un altra crisi d’ansia bella e pronta, e si lanciò verso la riva pronto a soccorrerla. Ma appena fu abbastanza vicino da poterle vedere bene il viso, gli si gelò il sangue. La signora era come una colonna di marmo bianco fissata nella sabbia, fatta eccezione per un braccio che teneva puntato fisso ad indicare un puntino verde in mezzo al mare.- Il drago verde è lì. - disse la signora. - Galleggia sull’acqua. Ma Monica non c’è. -A quelle parole il Signor Siriani si tuffò senza pensarci due volte e nuotò fino ad arrivare al drago, e tornò indietro. Riportò alla moglie la ciambella della figlia, che aveva la testa di un drago verde attaccata sul davanti, ma la figlia dentro non c’era.- Sta calma. - le disse - Probabilmente si sarà messa a costruire qualche castello di sabbia sulla riva e si sarà dimenticata della ciambella. Tutto qui. Vedrai che la troviamo subito. -Ma appena pronunciò quelle parole si rese conto che non era vero niente, e scoprì di essere già entrato in un film in cui non poteva far altro che rimanere a guardare i propri gesti, si vide mentre gridava il nome della figlia, e vide la moglie, e vide una gran folla che si era unita a loro senza capire bene il perché. Cercava di tenere d’occhio soprattutto la moglie. La vedeva stringere forte a sé la ciambella della figlia, mentre strillava, e pensava a cosa lei stesse pensando, e arrivò alla conclusione che il suo pensiero principale dovesse essere “che genitori terribili siamo stati a lasciarla tutta sola con questo orribile drago”. Anche a lui non andava tanto a genio, questa storia del drago. Si disse che magari sarebbe stato più opportuno comprarle una ciambella con la testa da orsetto o di tartaruga, e intanto si sforzava di rientrare nel suo corpo. Vide la folla spostarsi sempre più verso il mare, finché non ci entrò totalmente dentro e solo allora anche lui rientrò nel corpo, e si ritrovò accanto alla moglie e ne fu felice. Poi alzò lo sguardo e fu infelice di nuovo. La moglie lo vide immobile a fissare un punto lontano in mezzo al blu e all’inizio ebbe paura di guardare, ma poi si voltò anche lei. Il resto della folla scavava istericamente nell’acqua, sbracciando e urlando come se fossero stati attaccati da uno sciame di api inferocite, mentre i signori Siriani se ne stavano impalati, fermi, con lo sguardo fisso su un punto lontanissimo. Rimasero in questa posizione per parecchio ancora.E così capirono come stavano le cose.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-7101854112079376156?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2009/03/il-grande-drago-verde-di-nico-siriani.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/Sb_QuZYGIfI/AAAAAAAAAQU/CQS9xuNB2h4/s72-c/sa.bmp' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-4111780006604965219</guid><pubDate>Tue, 17 Mar 2009 16:21:00 +0000</pubDate><atom:updated>2009-03-17T09:30:35.025-07:00</atom:updated><title>B-SIDE di Giancarmine Di Matola</title><description>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/Sb_PUsxLJWI/AAAAAAAAAQM/XNlFsIhf7EM/s1600-h/445348627_d2fbfb14d9.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5314194039842219362" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 300px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/Sb_PUsxLJWI/AAAAAAAAAQM/XNlFsIhf7EM/s400/445348627_d2fbfb14d9.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;“Ed ora, signore e signori, ecco il personaggio che stavamo tutti aspettando. Facciamo un bell’applauso a Carmine Sannino, lo scrittore che ha dato lustro alla comunità di San Giorgio a Cremano”.&lt;br /&gt;La voce di Giuseppe Setola, il presentatore del “1° premio Vigilia di Natale – Città di San Giorgio a Cremano”, uscì dagli altoparlanti stridendo come un gessetto sulla lavagna, raggelando gli spettatori seduti sugli spalti del palazzetto dello sport. Per l’occasione, Setola sfoggiava un vestito da babbo natale prestatogli dal fratello, una cafonata che fece inorridire gran parte dello staff.&lt;br /&gt;Tuttavia, capì di aver fatto una stronzata ancora più grossa quando sentì il pubblico rumoreggiare dopo il suo annuncio. Dagli spalti arrivavano espressioni del tipo:&lt;br /&gt;“Ma chi l’ha chiammat a st’omm è merd?” “'O pozzan' accirer' 'a stu zuzzus! Ropp chell ca fatt” “Cos’ e pazz’, mo ce rann pure ‘o premio ‘a stu curnut”.&lt;br /&gt;Setola si guardò attorno come per cercare spiegazioni e vide che il sindaco, seduto a bordo campo, ringhiava come un rottweiler mentre il monsignore, seduto poco più in la, bestemmiava insieme all’assessore alle politiche culturali. Eppure la scaletta che gli avevano dato parlava chiaro: dopo il messaggio del monsignore, del sindaco e dell’assessore: dopo aver premiato il coro delle bambine, la squadra di volley e le allieve di danza classica; toccava a lui essere premiato.&lt;br /&gt;Setola non sapeva assolutamente chi fosse “lui”, ma ne maledisse il nome. Aveva passato troppi anni a presentare cantanti neomelodici nelle feste di piazza più assurde e quella, era l’occasione per fare il salto di qualità e chiudere con quel mondo fatto di gente disperata e senza talento. Così, ostentando il suo sorriso di plastica, cercò di improvvisare qualcosa che lo tirasse fuori da quell’impaccio.&lt;br /&gt;“Mi dicono che lo scrittore non è potuto venire a causa di precedenti impegni, quindi andiamo avanti con la serata e chiamiamo...”.&lt;br /&gt;Ma il rumore di una porta sbattuta gli ricacciarono le parole in gola. Quando vide un’ombra sbucare da una porta d’emergenza alla sua destra, capì che sarebbe andato tutto a puttane. L’uomo avanzava barcollando e puzzava d’alcol come una cantina: la giacca lurida e i jeans strappati completavano quel quadro ripugnante. Così combinato poteva essere solo lo scrittore, si disse Setola odiandone la categoria.&lt;br /&gt;“Sono Carmine Sannino”, fece l’uomo biascicando le parole. “Mi hanno detto che devo ritirare qualcosa…”.&lt;br /&gt;Sugli spalti il brusio s’era fatto insopportabile e Setola, per non perdere il controllo della serata, dovette per forza accelerare la premiazione. Così, da un tavolinetto dietro di lui, prese una statuetta raffigurante Massimo Troisi vestito da zampognaro e glielo consegnò senza tanti complimenti.&lt;br /&gt;“Chist’è ‘o premio, pigliatell e vattenn affancul!”, disse Setola con l’aria schifata e a microfono spento, perdendo per un attimo il suo viscido sorriso.&lt;br /&gt;“Caro Babbo Natale, il premio te lo puoi infilare su per il culo, quello che voglio è il tuo microfono”. Sannino non biascicava più, la voce s’era fatta improvvisamente cupa e tagliente come una lama di coltello. Davanti alla durezza di quelle parole, il sorriso di Setola si frantumò in un milione di pezzi.&lt;br /&gt;“Ma tu si scem! Si nun’a firnisc’ chiamm ‘a polizia e t’facc…”.&lt;br /&gt;Ma Setola non riuscì a finire la frase perché Sannino, con uno scatto fulmineo, gli strappò il microfono dalle mani portandoselo a spasso. Quando arrivò a ridosso degli spalti, lo accese.&lt;br /&gt;“Pronto…prova…pronto…prova…mi sentite tutti? Signori e signore, scusate il ritardo, ero al cesso a pisciare…”.&lt;br /&gt;Scoppiò subito il caos. Dagli spalti partì un terribile boato carico di bestemmie, qualcosa che si poteva sentire allo stadio S. Paolo quando il Napoli sbagliava un gol. Il pubblico cominciò a lanciargli bottigliette, lattine, accendini e monetine, che Sannino schivò con sorprendente agilità.&lt;br /&gt;“…lo so che mi volete tutti bene e anch’io ve ne voglio. Cinque anni fa me ne sono andato da questa città a malincuore, ma dovete sapere che il mio libro “Storie di una cittadina infame” ha superato le centomila copie e che a breve, ci faranno anche un film. Non so come dirvelo ma ve ne sono davvero grato e per dimostrarvelo, voglio ringraziare tutti i personaggi che hanno ispirato il mio libro.&lt;br /&gt;E inizierò con voi, fottuti concittadini, che con la vostra mentalità di borghesucci avidi e ipocriti, mi avete regalato il contesto giusto per le mie storie. Ma ora passiamo a ringraziare i veri protagonisti del libro, che con mia profonda soddisfazione vedo presenti tra le autorità intervenute…”.&lt;br /&gt;Setola era diventato freddo come una statua, ma doveva riparare ai deliri di quel figlio di puttana ad ogni costo, in caso contrario non lo avrebbero chiamato nemmeno ai matrimoni dei rumeni. Stava per prenderlo alle spalle per portargli via il microfono quando Sannino, con un manrovescio improvviso, lo spedì lungo sul pavimento.&lt;br /&gt;“…stavo dicendo…quindi ringrazio il padrone di casa, il sindaco Ernesto Palumbo, che s’è inventato questa premiazione del cazzo a due mesi dalle elezioni. Evidentemente le accuse di truffa, peculato e dissesto finanziario, non gli hanno impedito di mettere su questo carrozzone per elemosinare il vostro voto. Eppure, quando denunciai i suoi intrallazzi sul giornale dove lavoravo, la redazione fu sommersa di lettere vostre che mi accusavano di aver infangato il buon nome di una persona onesta. Io fui licenziato in tronco mentre lui venne eletto.&lt;br /&gt;Oggi come allora, meritate la sua rielezione.&lt;br /&gt;Poi ringrazio padre Rosario Miniero, il nostro beneamato parroco, il quale, nell’ora di catechismo, ha l’abitudine di portarsi i ragazzini nella sagrestia per succhiargli il pisello, cosa che a suo tempo fece anche con me. Ovviamente sapete tutti che è un pederasta infame, ma come sempre fate finta di niente per paura che scoppi uno scandalo.&lt;br /&gt;E come posso non ringraziare Manuela Brignola, la mia ragazza ai tempi dell’università, ora assessore alle politiche culturali e felicemente sposata al maresciallo dei Carabinieri Gianluca Prestieri, anche lui qui presente. Dimmi amore mio, sei sempre la stessa sadica depravata che mi lasciò dicendomi che ero un patetico fallito? Ma certo che lo sei ancora, te lo leggo negli occhi e scommetto che hai addestrato tuo marito ad essere un perfetto schiavo sottomesso.&lt;br /&gt;Bene, mi sembra di avere ringraziato tutti. Voglio concludere augurandovi un Buon Natale e che possiate strozzarvi con tutta l’ingordigia di cui siete capaci.&lt;br /&gt;Ora scusatemi, ma devo di nuovo andare a pisciare…”.&lt;br /&gt;Sannino lanciò il microfono addosso a Setola che, steso a terra, piangeva come un bambino, poi imboccò il corridoio da dove era sbucato. Nello stesso momento, il pubblico inferocito invase il campo per inveire contro il sindaco ed i suoi accoliti.&lt;br /&gt;Con la mano appoggiata alla parete del cesso, Sannino stava facendo la pisciata più bella della sua vita. Tutta la rabbia che aveva in corpo stava scivolando via insieme all’urina, una soddisfazione indescrivibile che lo ripagava di tutte le angherie subite. Restava da capire chi aveva avuto la bizzarra idea di invitarlo, ma era troppo ubriaco per fare supposizioni. Purtroppo, quello stato di grazia durò il tempo di quella pisciata perché da dietro, una mano d’acciaio gli prese la testa per i capelli e gliela infilò di prepotenza nella tazza. Setola ingoiò il suo piscio cercando disperatamente di non affogarci, finché la mano lo tirò fuori e lo scaraventò verso gli orinatoi a muro. Sannino gridava e bestemmiava per il dolore, ma l’uomo, con uno scatto felino, lo afferrò per il collo sollevandolo di peso.&lt;br /&gt;“Lurido bastardo, è così che si trattano i vecchi amici?”. Era il Maresciallo Prestieri, il marito di Manuela. Il tono ironico nascondeva un odio carico di risentimento. “Adesso ti faccio passare la voglia di sputtanare le persone in pubblico”, e cominciò a colpirlo con dei tremendi pugni al basso ventre, fino a farlo quasi svenire dal dolore. Poi la porta si aprì e una severa voce di donna riecheggiò nella stanza. Prestieri lasciò subito Sannino, che cadde rovinosamente sul pavimento, poi si accucciò in un angolo come un cane bastonato. Sannino era steso su un fianco, paralizzato dal dolore, ma riuscì a distinguere un paio di scarpe nere con i tacchi a spillo che si avvicinavano. Una delle scarpe lo colpì leggermente con la punta, facendolo ruotare come un peso morto. Quando si ritrovò con le spalle al pavimento, fu accecato dalle luci dei neon. Appena la vista gli si schiarì, capì a chi appartenevano le scarpe.&lt;br /&gt;“Ciao Carmine, sei stato molto cattivo stasera, lo sai?” Era Manuela, ancora più bella e bastarda di come se la ricordava.&lt;br /&gt;“Si! Sono stato cattivo, tanto cattivo, e merito di essere punito…” Sannino non riuscì a trattenere un’erezione dolorosa. Dopo tanto tempo, quei modi da Mistress gli facevano ancora quell’effetto.&lt;br /&gt;“E sia…” disse Manuela con un sorriso maligno, schiacciandogli i coglioni con i tacchi a spillo. A quella tortura si aggiunsero i calci del marito e subito dopo, quelli del sindaco, del monsignore e del presentatore, che nel frattempo erano entrati per pareggiare i conti con lui. Lo pestarono con rabbia e cattiveria e quando finirono, lo presero di peso scaraventandolo fuori dal palazzetto da una porta di servizio. Sannino si ritrovò sopra un cumulo di sacchetti della spazzatura e pensò che ci sarebbe rimasto fino a Natale, visto che non aveva la forza di muovere un muscolo. Ma dopo pochi minuti la porta di servizio si aprì di nuovo e una splendida ragazza, apparve sull’uscio.&lt;br /&gt;“Ciao, vuoi picchiarmi anche tu?”, chiese Sannino toccandosi labbra tumefatte.&lt;br /&gt;“No! Voglio solo aiutarti”, rispose la ragazza con un sorriso compiaciuto, poi lo prese per il braccio e dopo vari tentativi, riuscì a rimetterlo in piedi.&lt;br /&gt;“Semmai te lo stessi chiedendo, io sono Tiziana, la tua compagna di banco al liceo”. Sannino era ancora intontito per l’alcol e per le botte subite, ma la memoria non lo ingannava: quella ragazza non le somigliava per niente.&lt;br /&gt;“Tiziana! Per la miseria sei proprio tu. Ma cosa hai fatto, sei diversa da come ti ricordavo. Scusa se te lo dico, ma a scuola eri un cesso e ora invece sei…”.&lt;br /&gt;“Una figa stratosferica? Lo so, me lo dicono in tanti. È vero, a scuola ero un cesso, ma niente che non si potesse correggere con una dieta feroce e un chirurgo plastico. E così ho fatto. Ora ascoltami bene, ho poco tempo e devo tornare dentro. Faccio parte dell’organizzazione e sono io quella che, all’insaputa di tutti, ti ha invitato a questa stronzata di premio. Quando mi hanno chiesto di stilare i nomi dei premiati, ho pensato subito a te. Qualcosa mi diceva che eri alla ricerca di un’occasione per fargliela pagare e a quanto pare, non mi sbagliavo, anche se mi aspettavo un epilogo diverso. Lo sai che ho sempre avuto una cotta per te, perciò stavolta vedi di non sparire. Mi devi un favore, ricordalo”.&lt;br /&gt;Tiziana gli mise in mano un foglietto con scritto il numero del suo cellulare e prima di sparire oltre la porta, gli lanciò un occhiolino che era tutto un programma.&lt;br /&gt;Sannino posò il foglietto nella tasca della giacca e accendendosi una sigaretta mezza ammaccata, pensò che non s’era mai divertito tanto come quella sera.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-4111780006604965219?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2009/03/b-side-di-giancarmine-di-matola.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/Sb_PUsxLJWI/AAAAAAAAAQM/XNlFsIhf7EM/s72-c/445348627_d2fbfb14d9.jpg' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>1</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-3080863953669932007</guid><pubDate>Tue, 17 Mar 2009 16:17:00 +0000</pubDate><atom:updated>2009-03-17T09:21:29.888-07:00</atom:updated><title>QUANDO ERO L'UOMO RAGNO di Gianni Solla</title><description>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/Sb_N4QFssHI/AAAAAAAAAQE/2CPku9VMQ0o/s1600-h/BrokenMirrorChild.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5314192451595710578" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 294px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/Sb_N4QFssHI/AAAAAAAAAQE/2CPku9VMQ0o/s400/BrokenMirrorChild.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Fui convinto di essere l’uomo ragno per quattro mesi circa, esattamente tra il Maggio e l’Agosto dell’ottantanove. Non parlavo con nessuno e me ne stavo tutto il giorno rintanato negli angoli umidi della casa. Frequentavo i garage e le cantine, i soppalchi e gli scantinati. Sapevo di avere i superpoteri tipici dell’uomo ragno, quelli di cui tutti siamo a conoscenza attraverso la televisione oppure i fumetti, ma in effetti non li usai mai. Non si poteva escludere che fossi impazzito, che il mio cervello si fosse attorcigliato, liquefatto, imputridito, scaduto, beccato dagli uccelli, nido di vespe, sceso nella spina dorsale fino alle caviglie e perso nei calzini. Insomma avete capito. Intendo quando diventi sordo e ti dondoli e raccogli le sigarette per strada e gli occhi girano veloci e roteano lungo l’asse come un mappamondo. Allora ti dicono che sei pazzo, scemo, ricchione, anarchico, terrone, e patofobico. Vedi gli oggetti che si muovono e parli con il videoregistratore, ma soprattutto sei sicuro di essere l’uomo ragno. Strisci su una parete e lanci ragnatele, penzoli dal lampadario e esci di casa usando la finestra. Attraversi la strada dondolanti su una ragnatela e la gente vede solo il blu e il rosso della tua tuta che si riflette meravigliosa nel cielo. Essere l’uomo ragno non è da tutti e non si può dire mica a tutti. Ci vuole un lavoro normale e abitudini discrete. La prima capacità richiesta per essere l’uomo ragno è quella mimetica, quella di confondersi tra la folla e tirare avanti silenziosamente nel traffico e negli uffici. Per essere come gli altri devi per prima cosa sudare come gli altri e svegliarti presto la mattina. Niente ci vorrebbe a tirare fuori la ragnatela e fiuu attraversare la strada e fiuu prendere la metropolitana. Essere l’uomo ragno significa essere prima di tutto un uomo. Certo se solo avessi provato a lanciare una ragnatela o a fermare una metropolitana in corsa, come nel film spiderman che poi significa sempre uomo ragno, avrei capito che dai miei polsi non ci sarebbe potuto uscire niente altro che il mio sangue da scimunito che ero. E neanche la superforza usai mai in effetti. Quando l’ascensore nel mio condominio non funzionava salivo a piedi tre piani e alla fine il cuore impazziva nella scatola toracica e affannavo sempre. Ma non usai mai i superpoteri. In quel periodo lavoravo in un supermercato e mettevo le etichette con i prezzi sulle scatole. Conoscevo i prezzi dei prodotti a memoria. Philadelfia 1700 lire, Tonno star 1400 lire confezione da 100 grammi, Tonno star da 200 grammi confezione famiglia super sconto 2100 lire (ottimo affare), stuzzicadenti marca Tiger confezione da 400 pezzi 2000 lire. Anche la supermemoria era un superpotere ma non mi ero ancora accorto di essere l’uomo ragno e pensavo solo di essere piuttosto intelligente, ecco tutto. Certo mi muovevo con destrezza tra gli scaffali del supermercato e quando volevo riuscivo ad arrivare alle spalle dei clienti senza fare un solo rumore. Sarei stato un ottimo agente della vigilanza del supermercato ma anche un ottimo contabile e un ottimo cassiere. Il supermercato poteva contare su di me. Spesso mi fermavo a riflettere sulle mie caratteristiche fisiche, su queste capacità che dal nulla mi sbucavano e che mi bruciavano sulla pelle in cerca del proprio spazio. Per esempio ogni tanto uscivo nel parcheggio del supermercato e facevo una corsa lunga e folle fino all’uscita. Superavo le macchine che facevano manovra dai parcheggi e scansavo carrelli abbandonati sullo spiazzo come atolli sperduti nell’oceano. Restavo impressionato dalla velocità con la quale raggiungevo l’uscita e con quanta facilità evitavo gli ostacoli che mi si paravano davanti. Alcuni si fermavano a guardare e restavano impressionati dalle mie prestazioni. Poi tutto sudato me ne rientravo nel mio magazzino a imballare prodotti scaduti da destinare alle fondazioni umanitarie del terzo mondo e ad etichettare salami, carta igienica, veleno per topi e lamette. Un pomeriggio caldo di resistenze di frigoriferi, mi addormentai sugli imballi. Le scatole morbide erano un buon posto per dormire e a certe ore del giorno, quando la stanchezza ti risaliva dalle ginocchia fino alla schiena, basta davvero poco a perderti nel sonno. Mi arrivava così dolce che ci scivolavo senza neanche accorgermene e la dimensione onirica stessa si confondeva con la realtà in quella confusione di luci e di ombre. Mentre affondavo rimbambito nella palude dei sogni, qualcosa mi riportò alla luce. Un fastidioso prurito al braccio destro. Andai per grattarmi e vidi un grosso ragno camminare lungo il mio braccio e incastrarsi tra i miei peli. Lo scacciai subito con l’altra mano e quel diavolo con venti zampe andò a pararsi sotto alle scatole. Dalla rabbia cominciai a saltare sulle scatole vuote e quel bastardo con trenta zampe in niente dovette diventare un tutt’uno con il lineolum che stava steso a terra nel magazzino. Restai nervoso tutto il giorno e lavorai con più lena e più zelo del solito. Da solo sistemai qualcosa come ottanta scatolette di tonno in venti minuti, tutte rivolte con l’etichetta verso l’esterno dello scaffale e impilate in maniera perfetta. Sistemai anche i croccantini per i gatti ed alcune confezioni di sapone cha da mesi marcivano nel deposito. Sentivo i bicipiti gonfiarsi e venire fuori le vene e le scatole di croccantini volavano leggere tra le mie braccia. Un vigore eccezionale vibrava nei miei muscoli, tesi come acciaio. Volli allora mettermi alla prova e andai nel reparto animali a sistemare i sacchetti di sabbia per i gatti da dieci chili l’una. Riuscivo a portarne due per volta e con quanta grazia! Ritornai a casa attraversando velocemente il quartiere, così veloce che la gente a stento riusciva a fissami sulla retina mentre io percepivo tutto e la vista si era allungata arrivando a mettere a fuoco anche oggetti a dieci metri e la miopia che da sempre mi perseguitava sembrava affievolirsi e ridursi sensibilmente. Qualcosa in me stava cambiando. La stanchezza mi colse impreparato sul letto e in niente scivolai nuovamente nel settore buio e imperscrutabile del sonno. Feci un sonno convulso e pieno di immagini confuse. Metafore buone si confondevano con presagi cattivi e al risveglio il lenzuolo madido di sudore testimoniava le lotte intestine dei miei neuroni. Mi risvegliai con una consistente erezione che vibrava in mezzo alle cosce e me ne stetti un paio di minuti nel letto ad aspettare che tutto si normalizzasse per circolare in casa. Da dove proveniva quel vigore? Cosa stava succedendo? Presi grattarmi la bollicina che si era formata sul braccio e ad un tratto capii. Il morso del ragno nel retro del supermercato mi aveva profuso energie nuove e adesso mi stavo mutando in un essere sublime! La mia rivincita sul mondo e su tutti quelli che dicevano che ero scemo prendeva il via da quel ragno. E la cosa in fondo non mi stupì poi tanto perché in cuor mio ero certo di essere speciale, e i superpoteri da sempre albergavano in me anche se solo adesso ne prendevo coscienza. Sentivo tutti gli odori della terra e tutti i suoni e riuscivo a capire i pensieri del gatto mettendogli una mano sulla testa. Il prodigio che si stava compiendo era miracoloso.&lt;br /&gt;Ne parlai con uno del reparto manutenzione frigoriferi. Si chiamava Andrea e una volta mi disse che riusciva a parlare con i morti. Non è che ci parlasse propriamente, nel senso di una discussione vera e propria, ma riusciva a stabilire una connessione con loro attraverso delle onde celebrabili. Erano i morti che si mettevano in contatto con lui e lui poteva solo ascoltarli senza riuscire a porre loro delle domande. Aveva comprato un libro che trattava il paranormale per documentarsi sul suo caso, ed aveva scoperto di essere un medium unidirezionale. Secondo il libro lui era una specie di antenna ricevente tra due dimensioni diverse. Quando me lo raccontò, gli credei e quindi vantavo un credito nei suoi confronti. Gli dissi che avevo una cosa da raccontargli e che dovevamo parlarne da soli. Lui intese che si trattava di qualcosa di delicato e restammo tutto il giorno in silenzio finchè non avemmo l’occasione di parlarne da soli. Gli raccontai tutto. Gli dissi che ero l’uomo ragno. Dapprincipio Andrea restò sconcertato, e disse che ero completamente impazzito. Quel bastardo di un visionario che parlava con i morti osava dirmi che ero io il pazzo. Disse che avevo bisogno di uscire e di andare a donne e di smetterla di restarmene da solo con queste fantasie. Gli urlai in faccia che io di donne ne potevo avere quante ne volevo e che mi aveva deluso perché pensavo che lui fosse una persone più sensibile degli altri e visto che c’eravamo quella cosa dei morti era proprio una stronzata e forse era lui che aveva bisogno di andare a donne. Lavorai rabbioso come un cane tutto il giorno e spostai tonnellate di sacchi di sabbia per i gatti solo per il gusto di spostarle. I clienti del supermercato percepirono il mio livore e si tennero alla larga, nel loro ideale raggio di distanza minima dal pericolo. Se solo avessi potuto avrei trasformato tutto in un bozzolo gigantesco di ragnatela. Tuttavia ero sicuro che la mia volontà sarebbe bastata per farlo. Andrea mi prese per il culo tutto il giorno e ogni volta che ci incrociavamo nel deposito, faceva finta di arrampicarsi sulle pareti, oppure si metteva a terra a camminare come i ragni. Fu da quel giorno che non parlai più con nessuno. Con nessuno. La gente pensava che io fossi impazzito, e la mia afonia li rendeva pazzi, ma io custodivo un segreto. Lasciai il lavoro e mi rintanai nella mia camera. Progettai grandi piani per salvare cose e persone e per ristabilire l’ordine nella città. Tutto era semplice ai miei occhi e la scintilla della follia oramai mi aveva reso cieco, allontanato da ogni barlume di intelligenza e di senso della realtà. Andai avanti in queste condizioni per altri tre mesi. Ero dimagrito e le ossa sbucavano spigolose da sotto alla pelle, i muscoli che credevo d’acciaio si erano afflosciati e se ne stavano rinsecchiti, attaccati alle ossa con il cotone delle mie visioni. La notte facevo solo incubi ed avevo il terrore del buio. Provavo rabbia verso tutti, e cercavo una vendetta per i delitti che non avevo ancora subito e per le ingiustizie che ancora non si erano abbattute su di me. Cominciai in quel periodo a guardare la televisione, soprattutto i telefilm. Li preferivo ai film perchè avevo il tempo di conoscere il personaggio e di familiarizzare. Così mentre seguivo con gli occhi i ghirigori disegnati dalle crepe nel parato, guardavo la televisione per tutto il giorno. Alle undici del mattino su rai tre davano la signora in giallo. "Murder she wrote" era il titolo della serie, ma a Napoli si chiamava la signora in giallo. La protagonista era Jessica Fletcher una signora sui sessanta che in ogni puntata si trovava a che fare con un assassinio. Spesso quando il cadavere non faceva parte della sua cerchia di conoscenze, veniva chiamata in causa da un suo amico poliziotto che le chiedeva di aiutarlo a risolvere il caso. Jessica Fletcher era vecchia e piena di rughe, però aveva sangue freddo e coraggio. Lei non aveva bisogno di alcun superpotere per risolvere i misteri, altro che uomo ragno, si serviva soltanto della sua potente mente e di una capacità di elaborare la dinamica dell'omicidio incredibile. Il suo segreto era l'esperienza. Jessica Fletcher, la rugosa e praticamente morta Jessica Fletcher c'aveva le palle e questo era fuori discussione. Non c'era avvocato che uccideva la moglie ricca, commercialista che uccideva la moglie ricca, medico che uccideva la moglie ricca che era capace a sfuggire all'intuito investigativo di Jessica Fletcher. Restai molto impressionato da una puntata dove un parrucchiere omosessuale uccideva il suo amichetto ricco. La trama era davvero complessa e il finale imprevedibile. Cominciai a prendere degli appunti per delle nuove trame da proporre alla produzione del telefilm. In una sola mattinata ne scrissi una intera dove il protagonista era un macellaio e uccideva la moglie ricca. Il titolo della puntata era "filetto al sangue". Avevo un'impostazione più proletaria e mi piaceva di ambientare le puntate in un contesto sociale popolare perchè gli spettatori si rispecchiassero di più. Alla mia maniera davo un'impronta letteraria al telefim. Scrissi infine un capolavoro con dei forti motivi autobiografici, si chiamava "omicidio nel supermercato" dove un operaio addetto al magazzino, dopo ripetute provocazioni da parte di un suo collega psicolabile, l'ammazzava nel parcheggio del supermercato con i sacchi di pietrine per i gatti. Jessica Fletcher beccava l'assassino e sentite le sue spiegazioni non lo denunciava in quanto volutamente provocato dallo psicolabile. Autocensurai alcune scene di violenza esplicita dove il protagonista sbriciolava il cervello dello psicolabile riducendolo alla consistenza brodosa. Rilegai tutto e l'imbustai in una grossa busta gialla. Spedii la busta gialla agli studi di Rai Tre di Napoli, dove tutti i giorni Jessica Fletcher girava la puntata e attesi. Fu da quel periodo in poi che decisi che sarei diventato un investigatore privato.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-3080863953669932007?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2009/03/quando-ero-luomo-ragno-di-gianni-solla.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/Sb_N4QFssHI/AAAAAAAAAQE/2CPku9VMQ0o/s72-c/BrokenMirrorChild.jpg' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-6056676950464059204</guid><pubDate>Wed, 28 Jan 2009 13:44:00 +0000</pubDate><atom:updated>2009-01-28T05:47:37.082-08:00</atom:updated><title>Numero di Gennaio</title><description>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SYBho9FUPDI/AAAAAAAAAP8/Q1AO-rd3a6M/s1600-h/logo.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5296340518007225394" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 396px; CURSOR: hand; HEIGHT: 166px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SYBho9FUPDI/AAAAAAAAAP8/Q1AO-rd3a6M/s400/logo.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="center"&gt;Ragazzi, scusate il ritardo!&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-6056676950464059204?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2009/01/numero-di-gennaio.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SYBho9FUPDI/AAAAAAAAAP8/Q1AO-rd3a6M/s72-c/logo.jpg' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-6545344439453192665</guid><pubDate>Wed, 28 Jan 2009 13:37:00 +0000</pubDate><atom:updated>2009-01-28T05:44:01.610-08:00</atom:updated><title>XXX di Sanchez</title><description>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SYBgZx4HRjI/AAAAAAAAAP0/e0qNZgRX-nA/s1600-h/fiamme.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5296339157789394482" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 300px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SYBgZx4HRjI/AAAAAAAAAP0/e0qNZgRX-nA/s400/fiamme.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;(Le ragazze che incontro parlano una lingua che non comprendo mai fino a fondo)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Trent’anni. Disoccupato. Che condizione del cazzo vero? A trent’anni ancora alla ricerca di un lavoro, un avvenire, un’identità perfino. Invece c’è chi a trent’anni è alla fine della carriera, e l’unico problema che gli rimane è investire i milioni guadagnati. I calciatori sono tra quelli. Vanno forte in Italia i calciatori. Sono belli, aitanti, ricchi, e mettono incinte le stesse ragazze che la mia vicina di casa cerca di imitare, ballando davanti la televisione mentre è l’ora del pranzo – quando sbircio dalla finestra - vestita come una troia bell’e fatta di quindici anni appena. Poche storie. In Italia funziona così. I calciatori sono i vincenti. Gli altri razzolano gli avanzi. E i disoccupati, nemmeno quelli.&lt;br /&gt;Insomma dicevo. Trent’anni. Disoccupato. Ero venuto su a Pescara per un colloquio. Con l’Airone. Per diventare stewart. Da Castellammare m’ero fatto 5 ore di treno per una chiaccherata che si era risolta in meno di dieci minuti con il solito le faremo sapere. Una frase ridicola, soprattutto in quel caso. Perché l’intervistatrice mi aveva fatto fuori dopo due minuti, ma la prassi, sai com’è, mica poteva dirmelo sinceramente.&lt;br /&gt;«Il suo accento mi sembra un po’ troppo napoletano», mi fa.&lt;br /&gt;«Beh, sempre meglio di quello milanese», rispondo piccato.&lt;br /&gt;La tizia, che era di quelle parti, ci rimase male.&lt;br /&gt;«La avverto di una cosa prima di proseguire. I primi tre mesi sono senza paga. È un periodo di addestramento full time. Dalle nove del mattino alle sei di sera. Le spiegheremo le dinamiche del lavoro, incluse cento ore di volo. Il periodo di addestramento si svolgerà a Roma», così se ne uscì la miserabile, come la cosa più facile del mondo.&lt;br /&gt;Dal momento che non avevo nessuno a Roma che potesse ospitarmi, e dal momento che non avevo i soldi per restare disoccupato tre mesi in attesa che mi concedessero uno stipendio, né avevo intenzione di trovarmi un lavoro serale per scoppiare del tutto, restai lì a riflettere che ero salito fino a Pescara per nulla.&lt;br /&gt;Restammo faccia a faccia in attesa che uno dei due dicesse qualcosa. Alla tizia non fregava un cazzo di me. Faceva il suo. Stop. Il ruolo delle parti è crudele. Ed è sempre così. Io di qui ad elemosinare due lire, lei di lì con un contratto sicuro si lima le unghie. Dopo aver scartabellato dei faldoni, finalmente, se ne esce: «Le faremo sapere». Chiusa la porta la stronza s’era dimenticata di me, del mio accento napoletano, e del mio orgoglio.&lt;br /&gt;Tornai per strada. Erano le sette della sera. Faceva freddo. Pescara si trova vicino ai Balcani. Il calore mediterraneo non gli appartiene. Trovai ristoro in un bar. Presi una Beks e mi sedetti a un tavolo.&lt;br /&gt;Essere disoccupati è una situazione del cazzo. Ma questo è nulla confrontato al cataclisma che mi esplodeva dentro. Ero disoccupato da quasi un anno e mezzo, e vuoi che la noia non mi avesse quasi portato al manicomio? Senza far nulla grippi. Se non ci sei portato rischi sul serio d’essere internato. Io non è che dovevo a forza di cose fare qualcosa. M’ero piazzato a casa di mia madre in attesa degli eventi, lei, separata da cinque anni, si faceva la sua vita, io la mia, e andavamo anche a cena fuori. No, non era quello che mi ossessionava. Ma il fatto che molti credono bisogna per forza fare qualcosa per sentirci vivi. E il modo con cui la gente agiva per tenere impegnato il tempo era il vero problema. Questo modo di confrontarsi con gli altri così cinico, violento, spregiudicato. Mi chiedo, perché accanirsi tanto se alla fine vincono sempre i più bastardi, quelli meglio preparati alle battaglie? Io non voglio essere cinico, cazzo. Mi sono accorto di riuscirci fin troppo bene. Quando mi metto a competere divento bastardo, senza scrupoli, e vinco. Perché sto una spanna sopra tutti anche in questo, cazzo. Ecco il motivo per cui preferisco perdere. Mi faccio troppa pena nel vedermi così conciato. A meno di diventare come quelli che seguono i precetti del buon padre di famiglia e fanno tutto quello che devono fare per diventare dei “buoni cristiani”. E nemmeno per il “buon cristiano” sono portato. Posto fisso, auto in garage, routine quotidiana per trent’anni. non fa per me. Eppure tutte le donne scelgono entro queste due categorie di uomini. La donne sono tutte uguali: fatta una certa età battono cassa e si accasano. Con uno o con un altro delle specie è indifferente. Per fortuna non scelgono mai me.&lt;br /&gt;Sono sfortunato. Avrei voluto nascere senza un coglione, o con tre palle, per dare maggiore coerenza alle mie sconfitte e alle mie vittorie. Da disoccupato si riflette anche a questo. Si pensano tante cose quando sei senza far niente. Ti guardi intorno. E ti sembra che sia tutto uguale. Che tutti facciano le stesse cose e che soprattuto ambiscano alle stesse cose. Che siano dottori, letterati, brigadieri o stewart, cercano un buco in ci svuotare, una casa, bella per giunta, con le grate alle finistre, come i gibboni allo zoo, e un casco di banane da infilarsi nel culo.&lt;br /&gt;Nel bar ci sono dei quadri molto brutti con delle voluminose cornici dorate. Ebbi un deja-vu. Ricordo che una sera mi trovavo all’inaugurazione di una mostra d’arte. Era la mia donna che esponeva a dirla tutta. E c’era un professore, un certo cattedratico della Federico II, che avrebbe dovuto aprire la mostra con un discorso e tutto il resto. Era accompagnato da una ragazza, che lì lì credetti sua figlia, fino a che non gli mise la mano sul culo e la baciò in bocca. I due avevano trent’anni di differenza, poco meno. Ma non è questo il punto. Il punto è che lei era un svampita e mi aveva preso a fissare. In effetti ero l’unico abbordabile a quella mostra. Gli altri o reggevano le stampelle, o erano ubriachi, o vecchi, o froci. Questi ambienti di artisti, insomma.&lt;br /&gt;La puttanella aveva occhi leggermente flessi e stupidi, di quelli che per una strana ragione fanno sesso, e di cui gli uomini perdono la testa. Mi passa vicino e avverto immediatamente il suo calore. L’umore forte del suo sesso. Si mette di fronte a me, accanto al compagno/professore che illustra le opere facendo uso del linguaggio più astruso a disposizione in modo che che la cosa assuma un elevato tono culturale. Giochetti a cui non facevo più caso. Faccio invece caso alla tizia che si aggiusta la calza, e se la tira su, lungo la gamba, piano piano. E piano piano solleva la testa lanciandomi un’occhiata. “Ti scopo!” le avrei urlato. Ma non lo feci, purtroppo. Altrimenti avrei rischiato di morire per mano della mia donna. Un’artista troppo gelosa per certe peripezie. Di certo non avrebbe capito.&lt;br /&gt;Dopo gli applausi ci sono strette di mano e la mia donna viene accerchiata dal resto della banda. La tipa coglie il momento e si avvicina a me. La stronza. Mi passa vicino, sfiorandomi appena, fingendo di guardare un quadro, dandomi le spalle. Mi avvicino e le sussurro all’orecchio: «Voglio farti venire dieci volte con la lingua, maledetta baldracca…» Lei non batte ciglio. Allora persi il controllo. Era troppo. Le infilai una mano tra le natiche. Quella pazza manda un urlo forte. Si ferma tutto. Il tempo, lo spazio, gli areoplani. Tutti lì a guardarci. Compreso la mia donna, l’artista, a cui era dedicata l’esposizione. Nel momento migliore la troia mi molla un ceffone, violento, e scappa tra le braccia del professore/papà.&lt;br /&gt;Appena dopo la mia donna mi avvicina, l’artista, quella gelosa, quella a cui era dedicata la serata, e mi molla un altro ceffone, tremendo. Incassai. La fissai negli occhi, nero, e uscii dalla galleria senza fare scene.&lt;br /&gt;A Napoli c’è sempre da fare. Sostai in un bar e comprai una bottiglia di vino. Rosso. Camminando per strada avviai a vuotarla, sorso sorso, fino a raggiungere altri posti pieni di gente. Qualcuno dice Barcellona, Valencia, che belle città. Ma Napoli, cazzo Napoli è un capolavoro. È un dipinto. Un’opera d’arte, sul serio. Da Borgo Marinaro fino a Mergellina ti si ferma il cuore in gola tant’è bella. Allora mi avviai, con la città in fiamme, verso il casino di San Pasquale, e forse chissà dove ancora, in cerca di qualcuno per smazzare il fondo della bottiglia.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-6545344439453192665?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2009/01/xxx-di-sanchez.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SYBgZx4HRjI/AAAAAAAAAP0/e0qNZgRX-nA/s72-c/fiamme.jpg' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>3</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-2646635195274531693</guid><pubDate>Wed, 28 Jan 2009 13:33:00 +0000</pubDate><atom:updated>2009-01-28T05:35:29.875-08:00</atom:updated><title>ORME NELLA NEVE di Stefano Moraschetti</title><description>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SYBfFaJ3GPI/AAAAAAAAAPs/Aohg0aZFe1A/s1600-h/snow-h1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5296337708312369394" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 286px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SYBfFaJ3GPI/AAAAAAAAAPs/Aohg0aZFe1A/s400/snow-h1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Ormai la neve stava cadendo più lieve e il vento aveva smesso di ululare tra i crepacci e le gole della montagna.&lt;br /&gt;In silenzio fissavo il mio compagno di scalata negli occhi; quante avventure avevamo condiviso insieme, quante passioni e anche quanta ostinazione e spregiudicatezza ci avevano legato. Eravamo uniti come fratelli, come se fra noi ci fosse stato un nodo da arrampicata,uno di quei nodi a cui tanto spesso avevamo affidato la nostra vita.&lt;br /&gt;Quegli occhi; quante volte mi avevano accompagnato, avevano vegliato sui miei passi e visto il pericolo che incombeva su di me.&lt;br /&gt;Con calma uscii dalla tenda, i muscoli erano un torpore unico e appena mi misi eretto sentii la schiena scricchiolare, come fosse ghiaccio che sotto il peso del mio corpo si incrinava.&lt;br /&gt;Dieci giorni,tanto era passato da quando avevo sentito per l’ultima volta l’aria frizzante sul mio viso senza che questo venisse colpito dal ghiaccio trascinato dal vento. Dieci giorni chiuso tra mura di tela e rannicchiato tra le coperte, cercando in ogni modo di mantenere accettabile la temperatura corporea&lt;br /&gt;Avevo pensato di impazzire, mai avrei creduto che realmente potesse capitare che io e il mio amico potessimo restare bloccati senza possibilità di essere raggiunti per così lungo tempo.&lt;br /&gt;I primi giorni erano passati come uno scherzo, facevamo del sarcasmo sulla nostra incoscienza sicuri che tutto sarebbe finito in fretta, poi dopo il terzo giorno tutto era diventato all’improvviso più difficile, sembrava perfino che il sangue fosse come acqua nelle vene, non avevamo più forza,il cibo cominciava a essere razionato e fuori dalla tenda la montagna urlava e si faceva beffe di noi.&lt;br /&gt;Quanto era stato duro. Quanto era stato difficile. Eppure ora che tutto era passato, mi sentivo più forte, avevo superato il muro che mi era stato posto di fronte, certo, non potevo dimenticare di avere avuto a fianco a me un vero amico, solo grazie a lui ero riuscito a resistere, se fossi stato solo non avrei potuto niente contro l’inevitabile morte che il cielo aveva scelto per me.&lt;br /&gt;Sentendo sotto gli scarponi il soffice manto di neve la osservai ancora un secondo, come era innocua, quando era così, posata sul terreno e distribuita sulla montagna come zucchero a velo su un grosso dolce.&lt;br /&gt;Pensare ai dolci da sempre mi crea un buco nello stomaco, osservai dentro la tenda, preso un pezzetto di carne lo addentai con foga, era fredda e il sangue non ancora rappreso formò un piccolo rivolo che mi scese lungo il mento.&lt;br /&gt;Rimasi un secondo fermo, come statua di ghiaccio, poi mi chinai, presi sotto braccio la testa del mio compagno e mi incamminai verso la vetta.&lt;br /&gt;Eravamo rimasti bloccati solo a tre ora dalla cima, dopo essere stati tanto vicini per così tanto tempo non si poteva rinunciare a raggiungere la vetta.&lt;br /&gt;Lasciai tutte le cose superflue al campo, tenda, zaino, ramponi, piccozze, corde, braccia, gambe, ormai quelle non servivano più.&lt;br /&gt;Dopo poco più di due ore e mezza di salita mi ritrovai a guardare dalla parete nord, lo spettacolo che mi si presentava era affascinante, avevo tutto il mondo ai miei piedi, mi girai verso la direzione da cui ero venuto, la tenda non si vedeva sommersa com’era rimasta dalla neve, ma una sottile linea rossa saliva verso la cresta e si fermava ai miei piedi formando una macchia informe.&lt;br /&gt;Lungo le ultime vertebre colava ancora del sangue, non ero riuscito a tranciare di netto la colonna vertebrale e questa pendeva ancora come una lunga coda dal cranio del mio compagno.&lt;br /&gt;Con calma raccolsi le mie idee e con il mio dolce peso sotto braccio saltai verso il vuoto che mi si apriva dinnanzi.&lt;br /&gt;In lontananza mi sembrò di sentire la montagna ridere, mentre cadevo per non rialzarmi mai più, dietro me solo orme, orme nella neve.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-2646635195274531693?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2009/01/orme-nella-neve-di-stefano-moraschetti.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SYBfFaJ3GPI/AAAAAAAAAPs/Aohg0aZFe1A/s72-c/snow-h1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-1300488858912121147</guid><pubDate>Wed, 28 Jan 2009 13:31:00 +0000</pubDate><atom:updated>2009-01-28T05:33:35.882-08:00</atom:updated><title>EIACULAZIONE MISTICA di Marco Smorra</title><description>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SYBepw9LMLI/AAAAAAAAAPk/SwCj-g0V64g/s1600-h/eiaculazione.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5296337233396838578" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 194px; CURSOR: hand; HEIGHT: 280px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SYBepw9LMLI/AAAAAAAAAPk/SwCj-g0V64g/s400/eiaculazione.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Non riusciva a capacitarsi di quello che le stava accadendo. Maurizio le stava seduto a fianco, sulla poltrona, con il pisello dritto, tanto irto da apparire un fenomeno innaturale.&lt;br /&gt;Era quasi mezzanotte e la serata, trascorsa a bere vino condito con ammalianti inutili discorsi tra amici-conoscenti, occupava nei loro cervelli l’area dei ricordi a breve termine, che una buona dormita avrebbe completamente cancellato.&lt;br /&gt;Ora lui le era accanto e quello che le stava accadendo avrebbe potuto occupare le pagine più pateticamente poetiche del suo diario segreto. Grazia annotava tutto quello che le accadeva in quei suoi fottutissimi quaderni, da quando, a tredici anni, aveva letto il 'Diario di Anna Frank'. Aveva deciso che il suo dolore quotidiano era degno di annotazione, comparabile a quello di un’adolescente alla quale era stata strappata la vita come uno sbudellamento lento e meticoloso, senza anestesia.&lt;br /&gt;Il lavoro di persuasione di Maurizio era riuscito brillantemente:&lt;br /&gt;“Dai, fammi salire da te, solo cinque minuti!. Il tempo di chiacchierare ancora un po’ e poi andrò via!”.&lt;br /&gt;“No, dai…s’è fatto tardi, possiamo vederci domani!”.&lt;br /&gt;“Come vuoi, ma è un peccato”.&lt;br /&gt;“Ok, solo cinque minuti però!”.&lt;br /&gt;Intanto Maurizio le accarezzava i capelli, con una delicatezza ed una voluttà che lei, in tutta la sua vita, aveva solo potuto assaporare raramente ed in solitudine. Come in quelle poche notti che le era risultato davvero difficile non consumarsi il clitoride con il dito medio della sua piccola e nerboruta mano sinistra.&lt;br /&gt;Non provava una tale attrazione per un maschio, da quando alle superiori s’era innamorata di Giuseppe, uno splendido ragazzo dalla dentatura perfetta, capoclasse, sempre in ordine, con un tale consenso tra i coetanei che già dall’ora era chiaro a tutti che da adulto avrebbe occupato senza difficoltà la poltrona da sindaco di Casamale.&lt;br /&gt;Maurizio non aveva nessuna voglia di rincontrarla, aveva solo voglia di giocare con quella curiosa figura di donna. Non intendeva mancarle di rispetto, ma avere davanti una vergine di trentasette anni, lo eccitava da morire. Grazia, dal canto suo, sentiva l’odore di giovinezza di Maurizio e quell’odore era tanto forte da mettere in discussione tutti i precetti inghiottiti in trent’anni di devozione alla parrocchia del paese.&lt;br /&gt;Mauri, così lo chiamavano tutti, aveva ventisei anni, di bell’aspetto, trasandato. Aveva uno stuolo di le ragazze che continuavano a cercarlo, nonostante il suo disinteresse per i rapporti impegnativi. Questo Grazia lo aveva appurato dalle continue telefonate ricevute durante la serata, seguite da un suo cordiale rifiuto:&lt;br /&gt;“No Chiara, stasera non ci sono, sono in giro con amici”. “Magari domani Anna, come?...ah scusa Anna…stasera vorrei tornare a casa presto”. E formalità del genere.&lt;br /&gt;Quella sera Grazia era agghindata per le migliori occasioni. Era un ragazza estremamente curata, depilata e levigata, da fare invidia al migliore ritocco con il photoshop , odorosa, tanto da non avere bisogno di costose fragranze per saturare l’area di corteggiamento. Preservava bene il suo corpo, evitando accuratamente di prendere la patente, perché preferiva camminare a piedi. In realtà non sarebbe mai riuscita a superare il trauma del primo spegnimento del motore per inesperienza nell’utilizzo della frizione.&lt;br /&gt;Dopo il primo bacio, che Mauri era riuscito a strapparle senza difficoltà, il cazzo gli si era indurito tanto da sentirsi in diritto di sbottonarsi il pantalone per estrarre la sua mercanzia. Grazia guardava fisso il nervo ed arrossì, non per le dimensioni, ma per la naturalezza con la quale lo avevo estratto.&lt;br /&gt;La casa di Grazia era pervasa da un odore, non cattivo, ma che sapeva di vecchiaia. I suoi erano morti da sette anni, a poca distanza l’uno dall’altro, ma lei non aveva osato sfiorare nulla in quella casa nient’altro che la polvere, accumulata sui cimeli, rimossa con quotidiana meticolosità. Continuava a dormire nella sua angusta cameretta, che un tempo condivideva con la sorella, ormai sposata da cinque anni. Maurizio non si accorse di quell’atmosfera di antiquariato, altrimenti sarebbe scappato. Aveva tanta paura della morte e della vecchiaia che niente, se avesse riconosciuto il tanfo di stantio, l’avrebbe potuto trattenere in quella casa.&lt;br /&gt;Grazia, in quella situazione imbarazzante, avrebbe voluto liberarsi di Mauri in un secondo, per poi correre nella sua stanza a pregare sottovoce la madrevergine per invocarne il perdono. Ma ormai era tardi, sapeva che non sarebbe riuscita a liberarsi di lui così facilmente. Era troppo eccitato per staccare il culo da quella poltrona.&lt;br /&gt;Le effusioni che si scambiavano sembravano più una lotta che un corteggiamento, ma non era stato difficile sbottonarle la camicetta bianca, che appena le arrivava all’ombellico. La carne scoperta di Grazia aveva davvero un buon odore che eccitava Maurizio. I trentasette anni di quella donna erano annullati dall’adolescenza della sua pudicizia.&lt;br /&gt;Maurizio, per quanto eccitato da quella situazione, provava una certa compassione per lei. Fiutava il suo imbarazzo, la delicatezza dei suoi no, fai piano, ma era tardi ormai, non poteva gettare la sua serata senza poter svuotare le palle del suo liquido prezioso.&lt;br /&gt;Con uno scatto armonioso Mauri riuscì a farla stendere sul divano e braccarla con il suo corpo pesante. Tentava di essere delicato, ma doveva un qualche modo ammansuetirla. La gonna di cotone di Grazie lasciava ormai posto alle mutande di pizzo delle quali non si riusciva ad indovinarne il colore. Grazia aveva evitato di illuminare tutta la casa, accendendo solo il piccolo lume posto sul un tavolino di fianco alla poltrona. Non voleva assolutamente che qualche vicino potesse immaginare che stesse ospitando qualcuno, magari un uomo, a quell’ora di notte. Lei, devota alla verginemaria, non poteva mancare di rispetto al lutto che affliggeva la sua casa!.&lt;br /&gt;Ma ormai Mauri le era sopra, con il suo nervo che premeva tra le grandi labbra. Comprendeva la sua contrariata eccitazione, tanto che gli parve premere il cazzo contro una spugna imbevuta di acqua e sapone. Grazia continuava a respingerlo ma il piacere le saliva al cervello, ma non riusciva al liberarsi completamente dei precetti che continuavano a dare una forza straordinaria a quella piccola mano sinistra, che proteggeva il suo sesso dal nervo vigoroso di Maurizio.&lt;br /&gt;Dopo un quarto d’ora di tentativi Mauri decise di cambiare strategia e concentrò le sue forze tentando di spingere il capo di Grazia all’altezza del pisello. In una contorsione disumana Mauri vinse la repulsione nervosa del collo di Grazia, avvicinandole il pisello fino alle labbra. Lei, nonostante fosse contrariata, avvicinava la bocca al glande, ma con un movimento simile a quello di una colomba alle prese con una mollica di pane troppo grande per il piccolo becco.&lt;br /&gt;Dopo mezz’ora erano entrambi stremati. La faccia di Grazia era stravolta. Alternava lo sguardo di paura a piccoli sorrisi. Non provava disgusto, ma le sembrava già abbastanza, tanto da poterlo liquidare e sprofondare in un sonno tranquillo, preceduto da un veloce e meccanico attodidolore.&lt;br /&gt;Ma Mauri non intendeva assolutamente abbandonare la casa della vergine. Ci furono dieci minuti di tregua. E lui notò la faccia di Grazia quasi estasiata. Lei era distante mezzo metro da lui, con le gambe chiuse ermeticamente, ma scoperte, ed il seno destro era straripato dal reggiseno.&lt;br /&gt;Mauri la guardava ed il nervo pulsava dall’eccitamento. Con la mano continuava, più che a cercarla, a calmarla l’affanno ritmico che le gonfiava il petto. A Grazia erano rimasti gli occhiali da miope incollati al viso, che le ingrandivano gli occhi, che le davano ancor più un’aria innocente. Un sentimento di colpa invase l’anima di Maurizio. Perché mai avrebbe dovuto continuare a profanare quella giovane e delicata donna. Era sicuro che Grazia avrebbe impiegato mesi per assimilare quella nottata.&lt;br /&gt;Ma l’istinto predominante gli diede nuova foga ed in un frangente gli balzò nuovamente addosso. Ma questa volta le si mise a cavalcioni sulla pancia e le serrò le braccia con la sua robusta mano sinistra. Grazia non capiva cosa le stava accadendo e Maurizio, dopo averla immobilizzata, iniziò a masturbarsi con la destra. Lei gli disse: “Ma cosa stai facendo?. Dai smettila!. Non mi piace che fai così!”. Ma il movimento sussultorio della mano di Maurizio s’era orma impossessato della sua coscienza e fissava ardente la faccia di Grazia che non riusciva a staccare gli occhi dal nervo di Maurizio. Lui biascicava piccoli gemiti, sapeva che di lì a poco sarebbe venuto, tanta era l’eccitazione. Prima degli ultimi colpi assestati al nervo, si inarcò fino ad azzeccare il pisello alla faccia di Grazia, e la sua mano colpiva ritmicamente il mento di Grazia. Si, si, oh…si….ahhh…!!!&lt;br /&gt;Gli venne in faccia con un vigore che avrebbe ricordato per tutta la sua vita. Il suo seme zampillò potente sulla faccia di Grazia, inondala dalle labbra, su per il viso, fino agli occhiali. Negli ultimi istanti che precedettero l’eiaculazione, Grazia sembrò sibilare un gemito di piacere, ma Mauri non era sicuro di averlo sentito. La faccia di Grazia si colorì di una strana espressione, che non era né di disgusto ne di piacere, ma simile all’appagamento. Dopo essere venuto Mauri si stese sul corpo di Grazia fino ricoprirla per intero. Le mani di lei, ormai libere dalla morsa, si profusero in un abbraccio tanto energico che Mauri non riuscì a capacitarsi che un così esile corpo potesse sprigionare tanta forza.&lt;br /&gt;Stettero in quella posa, inermi, per quasi dieci minuti, dopo di che Mauri si rialzò e si ricompose occultando il nervo nelle mutande, ormai ridotto a poca cosa. Grazia non disse una parola e si passò la mano sul viso, testando la sostanza liquida che la ricopriva ed ingoiò, con sforzo, per la gola secca; sembrò quasi stesse saggiando il seme di Mauri.&lt;br /&gt;Maurizio ormai s’era rivestito. Un sentimento di angoscia lo assalì, mentre tentava di indovinare i pensieri di Grazia. Le disse, con la consapevolezza che quel che diceva non sarebbe mai accaduto: “Io vado s’è fatto tardi, ci sentiamo domani”. Lei non disse una parola.&lt;br /&gt;Maurizio usci dalla sua casa, un bel po’ turbato. Scendendo le scale si trovò di fronte il loculo del palazzo, debolmente illuminato, che conteneva la statua della vergine, che prima non aveva notato. Stette qualche istante ad osservarla e poi, quasi senza rendersene conto, si fece il segno della croce e recitò un atto di dolore, sbagliando anche le parole sostituendo ‘molto più’ con ‘e per di più perché ho offeso…’&lt;br /&gt;Grazia rimase stesa sul divano. Aveva ancora sul viso i segni dell’eiaculazione. Ora era sola. Gli venne da ridere, mentre le sgorgavano due piccole lacrime che evaporarono prima di arrivare al collo. Ma si sentiva libera, come sollevata da un peso, ma quel sollievo non era dovuto all’assenza di Mauri.&lt;br /&gt;Sentì il portone del palazzo richiudersi. Si apprestò alla finestra, scostò un poco le tende e vedendo quel ragazzo con il capo chino avviarsi all’uscita del viale sospirò: “A presto piccolo mio, grazie”.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-1300488858912121147?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2009/01/eiaculazione-mistica-di-marco-smorra.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SYBepw9LMLI/AAAAAAAAAPk/SwCj-g0V64g/s72-c/eiaculazione.jpg' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>7</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-8414116902076792432</guid><pubDate>Wed, 28 Jan 2009 13:25:00 +0000</pubDate><atom:updated>2009-01-28T05:31:55.709-08:00</atom:updated><title>COPERTINE di Corrado Izzo</title><description>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SYBd9uQzoxI/AAAAAAAAAPc/bAXywPtYbEU/s1600-h/book-covers.png"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5296336476759630610" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 354px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SYBd9uQzoxI/AAAAAAAAAPc/bAXywPtYbEU/s400/book-covers.png" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Frutta di Francesco Trombadori da La stagione della caccia di Andrea Camilleri , Sellerio Editore Palermo.&lt;br /&gt;Mattino a Cape Cod di Edward Hopper da A ovest di Roma di John Fante, Fazi Editore.&lt;br /&gt;Night Hawks sempre di Edward Hopper da E le altre sere verrai ? di Philippe Besson, Guanda Editore.&lt;br /&gt;Olio su tela di Jack Vettriano da Ad occhi chiusi di Gianrico Carofiglio,Sellerio Editore Palermo.&lt;br /&gt;Io non leggo libri. Colleziono copertine.&lt;br /&gt;Nemmeno li leggo,perché io scrivo incipit per una nota casa editrice. Se qualche autore sotto contratto ha difficoltà ad iniziare una nuova storia,si rivolge a me. Di libri,quindi, ne ho fin sopra i capelli ,se solo i capelli ce li avessi.&lt;br /&gt;Le copertine però mi attirano,non so farne a meno. Così vi voglio raccontare una storia vera.&lt;br /&gt;Il 5 dicembre del 2002 io mi trovavo nei pressi della cassa della libreria Feltrinelli di via S.Tommaso d’Aquino. Mi accingevo a pagare Il bell’Antonio di Vitaliano Brancati – Oscar Mondadori. In copertina una foto dall’omonimo film del 1960 per la regia di Mauro Bolognini.&lt;br /&gt;Primo piano sulla magnifica schiena di Claudia Cardinale,cui fa da contraltare il pensieroso viso di Marcello Mastroianni.&lt;br /&gt;Da attrice consumata,lei scelse proprio quel momento per entrare in scena,mettendo piede nella libreria. Io avrei voluto dirle che ero felice di vederla,che l’ammiravo tanto. Che ricordavo bene le sue apparizioni ne I soliti ignoti,il Gattopardo,La ragazza di Bube,ma dove veramente mi era piaciuta era in film americano con Rock Hudson di cui non ricordo il titolo , in cui indossava uno strepitoso due pezzi,color arancio.&lt;br /&gt;Sì, Ursula Andress era bella nel suo bikini bianco,ma niente a che vedere con la sua classe,signora Cardinale. Perché se una donna è bella e in più possiede anche classe,beh allora non c’è gara e questo è il massimo che un uomo può desiderare.&lt;br /&gt;Nel suo elegante tallieur - pantalone,circondata dal direttore della libreria e dagli impiegati tutti,con grazia sorrideva ai loro complimenti.&lt;br /&gt;Io mi sono avvicinato e avrei voluto almeno salutarla. Ma non l’ho fatto,e forse è stato meglio. Imbranato come sono, mi sarei sicuramente emozionato. E poi chissà quante volte le avranno detto cose ancor più belle delle mie.&lt;br /&gt;Insomma questa è una storia piccola,signora Cardinale,ma vera. Se,infine, anch’io dovessi cedere alla tentazione e mettere insieme gli incipit,donando forma al “mio libro nel cassetto”, due cose sono certe : il titolo Senza fine, e la copertina, la sua bella schiena,però omettendo il volto di Marcello Mastroianni. Non si può guardare altrove,se la bellezza è sotto i nostri occhi. &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-8414116902076792432?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2009/01/copertine-di-corrado-izzo.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SYBd9uQzoxI/AAAAAAAAAPc/bAXywPtYbEU/s72-c/book-covers.png' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-8804760184115481039</guid><pubDate>Wed, 28 Jan 2009 13:23:00 +0000</pubDate><atom:updated>2009-01-28T05:25:25.536-08:00</atom:updated><title>MAGARI DIO HA MANGIATO SUA MADRE di Marco Baldini</title><description>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SYBcukTWbPI/AAAAAAAAAPU/4N1emc0w2zA/s1600-h/creation.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5296335116876279026" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 329px; CURSOR: hand; HEIGHT: 239px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SYBcukTWbPI/AAAAAAAAAPU/4N1emc0w2zA/s400/creation.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Sono 48 anni che la gente mi guarda e fa smorfie. A volte ride. Lo preferisco, perché almeno li faccio felici. Però, cioè, non è che mi fa piacere eh.&lt;br /&gt;Sono brutto. Peso 152 kg, c’ho i buchi in faccia per l’acne, sudo come una spugna pure se ci stanno 2° C (mi si fanno i ghiacciolini a volte) e puzzo come un porco.&lt;br /&gt;La gente reagisce sempre così quando mi vede: sbarra gli occhi, alza un sopracciglio, si volta davanti se non c’è nessuno vicino o verso l’amico se è in compagnia, oppure sghignazza o scuote la testa.&lt;br /&gt;Cioè, non sono mica un mostro io. Però c’ho fatto l’abitudine ormai. Io a me mi piaccio eh, mica no. Sono pur sempre una creatura di Dio, perciò sono bello lo stesso. Mica Dio può creare qualcosa che è brutto, cioè, non è proprio possibile.&lt;br /&gt;Però a volte mi sono chiesto se per caso, ma per caso eh, a Dio non Gli piaccio. Mi sono immaginato se Dio mi vede e mi ride in faccia pure Lui, cioè, come la prenderei io?&lt;br /&gt;Forse me ne fregherei pure di Lui, tanto c’ho fatto l’abitudine ormai. Io a me mi piaccio comunque, eh.&lt;br /&gt;Però, cioè, è strano. Dio mi ha creato e poi neanche Gli piaccio? Ma è scemo mica? Quindi Gli piaccio per forza, mica è scemo Dio.&lt;br /&gt;Però pure i preti mi guardano strano quando mi vado a confessare. Anzi, neanche me li fanno dire i peccati a me, e manco l’Atto di Dolore, mi assolvono subito subito. Per carità, a me mi fa pure comodo, mi vergogno a dire certe cose a quelle brave persone. E poi va a finire che non mi vogliono confessare proprio più.&lt;br /&gt;I preti secondo me fanno così perché gli faccio pena. Pensano tipo “Pover’uomo, c’ha tutte quelle disgrazie, santo cielo, lo assolvo subito subito, tanto uno così sfortunato non ci può avere troppi peccati sulla coscienza”. Secondo me fanno così, però non me lo dicono perché va a finire che poi li accusano di fare le preferenze e non va bene, perché gli uomini sono tutti uguali eh, anche se davanti ad alcuni di loro la gente storce il naso. Pure i preti, ma loro lo fanno perché si dispiacciono, mica perché gli fanno schifo.&lt;br /&gt;Però mia madre era diversa. Lei mi sorrideva sempre, pure quando mi facevo la cacca addosso perché non facevo in tempo ad arrivare al cesso. Anche quando scorreggiavo durante la cena o quando c’erano ospiti.&lt;br /&gt;Anche quando l’ho uccisa, sorrideva.&lt;br /&gt;Sì, mia madre l’ho uccisa. Però non l’ho fatto apposta, giuro.&lt;br /&gt;Gli volevo fare uno scherzo, uno scherzetto scemo, così, per ridere. Gli avevo messo una polverina piccante nella minestra, così, per ridere eh, e lei le cose piccanti non le poteva mangiare.&lt;br /&gt;Gli pigliò un colpo, mentre mi sorrideva. Uno shock profilattico, o come si chiamava quella cosa brutta, e cascò con la faccia nella minestra.&lt;br /&gt;Io pensavo che si voleva vendicare dello scherzo e me ne voleva fare uno pure lei. Voleva fingere che era schiattata. E io ridevo pure io per lo scherzo.&lt;br /&gt;Però non l’alzava, la testa, non si muoveva più. E allora ho capito che era morta veramente. Ma io che ne sapevo che se mangiava la minestra crepava? Io volevo solo farla ridere un po’!&lt;br /&gt;Mi sono spaventato. Ho pensato che mi mandavano in galera, dicevano “Ha ucciso la madre, povera donna, che figlio scapestrato!” e cose così. E allora non dovevo far sapere a nessuno che era morta, lei.&lt;br /&gt;Non era difficile perché tanto vivevamo da soli. Papà non l’ho mai conosciuto, io, ci ha lasciati appena seppe che era incinta di me. Quindi la prima cosa che mi era venuta in mente per nasconderla era la cosa che meglio sapevo fare.&lt;br /&gt;La mangiai, pezzo pezzo. Tanto non avevo ancora pranzato. Era buona, sapeva di carne come quella degli animali, lei. E la mangiai tutta, tanto era magra, mica era come me.&lt;br /&gt;Le ossa invece le buttai, mica me le potevo mangiare quelle. E a tutti dissi che era partita e che mi aveva lasciato solo, tanto lavoravo come impiegato.&lt;br /&gt;Però a me mi è dispiaciuto che l’ho uccisa. E non l’ho potuto manco confessare ai preti perché mi assolvevano subito subito.&lt;br /&gt;A volte penso che a Dio non gli piaccio. L’ho già detto, lo so, però quando mi viene in mente mamma ci ripenso sempre. Forse Dio me l’ha lasciata mangiare perché così avevo qualcosa di bello in corpo. Qualcosa con un bel sorriso sopra.&lt;br /&gt;Chi lo sa se ho mangiato pure la sua anima o se Dio se l’è presa prima di me. A me mi sarebbe piaciuto che restava con me.Così almeno mi sentivo meno solo, io.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-8804760184115481039?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2009/01/magari-dio-ha-mangiato-sua-madre-di.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SYBcukTWbPI/AAAAAAAAAPU/4N1emc0w2zA/s72-c/creation.jpg' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>9</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-5865988176850020045</guid><pubDate>Sat, 08 Nov 2008 10:11:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-11-08T02:27:11.363-08:00</atom:updated><title>Numero di Novembre</title><description>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SRVop6tvVzI/AAAAAAAAAL8/arykOVyeA5k/s1600-h/ad%2520est%2520dellequatore.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5266230408624690994" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 160px; CURSOR: hand; HEIGHT: 212px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SRVop6tvVzI/AAAAAAAAAL8/arykOVyeA5k/s400/ad%2520est%2520dellequatore.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SRVmUUmaXkI/AAAAAAAAAL0/VPim-j8A658/s1600-h/inferno1+DEF.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5266227838592900674" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 3px; CURSOR: hand; HEIGHT: 1px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SRVmUUmaXkI/AAAAAAAAAL0/VPim-j8A658/s400/inferno1+DEF.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt; Questo è forse tra i migliori numeri del nostro blog. Racconti potenti, taglienti e allo steso tempo con un velo d''ironia. La redazione di ad est dell'equatore porge i più sinceri complimenti agli autori e rivolge un grazie a tutti coloro che hanno tempestato la nostra posta elettronica di racconti. Continuate a farlo, questo del blog sta diventando uno dei mezzi più importanti per scoprire talenti e dare l'opportunità a tutti di lasciarli scoprire. Grazie mille. Continuate a scrivere, a commentare, a votare e soprattutto a leggere.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Saluti dall'est dell'equatore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-5865988176850020045?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2008/11/numero-di-novembre.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SRVop6tvVzI/AAAAAAAAAL8/arykOVyeA5k/s72-c/ad%2520est%2520dellequatore.jpg' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-4407373439877776376</guid><pubDate>Sat, 08 Nov 2008 10:07:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-11-08T02:11:18.844-08:00</atom:updated><title>IL TORCHIO di Massimiliano Colucci</title><description>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SRVlvK0S5yI/AAAAAAAAALs/iXC4hmZj4AY/s1600-h/torchio.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5266227200311617314" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 271px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SRVlvK0S5yI/AAAAAAAAALs/iXC4hmZj4AY/s400/torchio.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Ci vuole forza, le spiegai. Come in molte cose della vita. S’impara a camminare e a non cadere quando le gambe sono forti abbastanza. S’impara a masticare e a mandare giù bocconi sempre più grossi e amari. S’impara anche a sedersi e rimanere immobili quando non se ne ha assolutamente voglia. Pure questa è forza.&lt;br /&gt;La vita è un’immensa vendemmia. Aspetti per mesi i frutti; in un solo giorno li recidi gonfi e dolciastri sotto i raggi caldi che fanno scintillare le foglie sfrangiate e il dorso lucido di piccoli ragni verdi che scappano disturbati. Poi la macina, i tini in cui il mosto fermenta bollendo e ti spezza la testa al primo respiro, se non sei abituato – eppure sai che non proverai mai piacere più grande di quell’ebbrezza fortigna che si mescola al sudore e al tepore pigro dell’autunno alla porte, mentre ti penetra torpido nella pelle. Infine il torchio, il terribile e maestoso torchio che tanto m’impressionava da bambino, da cui spremere un succo scuro e amaro impregnato di vinaccioli e raspi, e del sapore di un’esistenza segreta e nascosta che non riesci mai a comprendere fino in fondo.&lt;br /&gt;Il torchio è la parola decisiva: più del mosto torbido e ambiguo e delle risate dei bambini che s’inseguono sotto le cupole delle vigne. La sbarra di ferro che ti scorre tra le dita, le reni che ad ogni colpo gemono, le vesciche che cominciano a formarsi, il secco e stereotipato “ta–tlak” che riempie l’aria assieme al fremito spumoso che filtra denso attraverso le assi di legno, cola gorgogliando sul piatto, scivola lungo il beccuccio metallico fin nella vasca. L’ultimo vino... E’ sempre stato il mio preferito. Forse perché concludeva un ciclo, e dava il meglio di sé, senza segni di stanchezza. Forse perché a produrlo tu eri costretto a dare il meglio di te stesso. Dopo di quello non restava altro che gettare le torte di bucce compresse al razzolare delle galline, e attendere novembre quando i tralci recisi lacrimano linfa, nei pomeriggi grigi e silenziosi passati ad annusare la nebbia.&lt;br /&gt;Ci vuole forza, le ripetei. Volle provare a tutti i costi. La guardai sorridendo mentre diventava paonazza nel tirare a sé la sbarra cilindrica scrostata da molte mani. La aiutai. Creare assieme quel suono che tanto bene ricordavo e amavo fu una sorta di incantesimo rigenerato. Solo non c’erano più mio nonno, la sua terra, i miei genitori, gli zii e i cugini, non c’era più nessuno, a parte lei; persino le vigne erano state tagliate e lasciate morire perché nessuno aveva più tempo per occuparsene. E’ un peccato che non sia arrivata prima, nella mia vita. Si sarebbe divertita: mi sarebbe piaciuto farla appartenere a quel mondo della mia giovinezza con la sua magia di fine estate. Avrebbe forse capito molto di me…&lt;br /&gt;Tornati a casa, stappai una delle bottiglie che ci aveva regalato il nostro amico. Aveva un vigneto sufficiente a coprire generosamente le necessità di un anno. La bottiglia era dell’anno precedente. Vino di torchio, l’ultimo. E’ uno dei pochi che, come me, pur senza capirne il motivo, l’ha sempre imbottigliato a parte.&lt;br /&gt;Versai il vino in un calice. Lo guardai. Era caldo, scuro e rubescente come il sangue. Riluceva cristallino, simile ad una pietra antica. Lo respirai. L’aroma carico non stordiva, ma penetrava a fondo, facendosi strada lentamente, senza fretta, e s’insediava con tutta la sua forza intatta da qualche parte dell’anima e della memoria.&lt;br /&gt;Lei si muoveva nella stanza. C’era qualcosa che mi si agitava nella testa, forse un ricordo, mille pensieri, una sensazione imprecisata ma sufficientemente importante. Sollevai il calice, e la osservai attraverso quel filtro ferrigno. Osservai la sua figura morbida e inebriante che si muoveva gonfia di vita e di fisicità. Sentii immediatamente crescere in me il desiderio. Portai il calice alla bocca, e senza staccare gli occhi da lei bevvi lentamente, assaporando ogni stilla come se fosse l’ultima, ascoltandola scendere nella gola, giù fino al ventre, e penetrare nel sangue con un’onda tiepida e calda che si dilatava sulla pelle.&lt;br /&gt;Mi alzai. Andai da lei. La presi e la strinsi, avido. La baciai. Ci vuole forza nella vita, e la vita che le scorreva nelle vene e nella carne era mia, e la volevo. La volevo come il torchio brama il vino dall’ultima uva rimasta. Forse era questo il disperato segreto di quella macchina: un immenso, vorace desiderio di vita e di ubriachezza, per non sentire l’assurdità della solitudine e dell’esistenza.&lt;br /&gt;La baciai. Ricambiò il mio bacio. Le sue labbra si schiusero sulle mie. Si staccò di colpo quando avvertì il dolore che le avevo provocato, mordendola. Inavvertitamente, forse. Forse, involontariamente, la morsi per farle male… Spostai la sua mano. Una goccia di sangue le scivolò sulla piega del labbro. Mi scusai. Mi avvicinai e la baciai delicatamente, proprio sulla ferita. Era una goccia della sua vita, della sua intimità, a scivolarmi dentro. Scura, calda, densa e rubescente come un ultimo vino. Lo stesso sapore.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-4407373439877776376?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2008/11/il-torchio-di-massimiliano-colucci.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SRVlvK0S5yI/AAAAAAAAALs/iXC4hmZj4AY/s72-c/torchio.jpg' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>1</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-4335775251464780856</guid><pubDate>Sat, 08 Nov 2008 10:02:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-11-08T02:04:55.363-08:00</atom:updated><title>SOCIOPATICO di Roberto Saporito</title><description>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SRVkQqVL6mI/AAAAAAAAALk/FXCwS7GKvqs/s1600-h/weird_paint_illusion.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5266225576683498082" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SRVkQqVL6mI/AAAAAAAAALk/FXCwS7GKvqs/s400/weird_paint_illusion.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Io non sopporto più la gente, non sopporto più nessuno, gli esseri umani mi danno una sorta di orticaria esistenziale, un prurito all’interno del sangue. E’ anche possibile che io sia diventato sociopatico, oppure no, non sono io che sono diventato sociopatico ma loro, la gente, tutti quanti loro sono diventati sociopatici nei mie confronti, è possibile no!&lt;br /&gt;Cammino rapido, e i miei passi risuonano sull’acciottolato della strada deserta, le mie suole di cuoio delle scarpe a punta di pelle di un qualche rettile abitante di qualche deserto rendono la mia camminata ancora più aggressiva.&lt;br /&gt;I diodi luminosi dell’orologio della farmacia segnano le ore ventuno e trentasette: sono in ritardo di trentasette minuti sull’orario della riunione di redazione alla casa editrice. E io non sono mai in ritardo.&lt;br /&gt;Cammino spedito nella luce arancione dei lampioni del centro storico e le mie scarpe aggressive fanno toc toc toc. Incrocio una ragazza che cammina in modo, se possibile, ancora più aggressivo di me, con lo sguardo che viaggia basso, per capirci all’altezza delle punte dei suoi stivali dal tacco altissimo a stiletto tic tic tic, contro il mio toc toc toc. Mi supera in scioltezza lasciandosi dietro un buon profumo aromatico, qualcosa con agrumi e miele e altro che non riconosco, ma invitante e sensuale.&lt;br /&gt;Mi fermo, guardo la ragazza da dietro, alta e ondeggiante, e dalla tasca della mia giacca marrone scuro estraggo un pacchetto di Gitanes. Apro il pacchetto, estraggo una sigaretta, me la infilo tra le labbra un po’ screpolate, prendo l’accendino, un vecchio Ronson, dall’altra tasca e mi accendo la sigaretta. Rimetto in tasca accendino e pacchetto. Riparto.&lt;br /&gt;Allora, sono sociopatico io o lo sono loro non ha importanza, alla riunione di redazione io non ci vado per niente. Queste riunioni a cinque per decidere quali libri pubblicare e quali no non le sopporto più: se fosse per me io non pubblicherei più niente, non ricordo quand’è stata l’ultima volta che ho letto un manoscritto che valesse qualcosa: la mia sociopatia, se possibile, si sta estendendo anche ai libri, o a quelli che potrebbero diventare tali, e ai loro autori. E gli altri editor hanno gusti discutibili, no, non discutibili, diciamola tutta, hanno gusti orrendi, non capiscono un emerito cazzo di narrativa, come Valeria che l’altra settimana mi passa un manoscritto enorme (qualcosa come settecento pagine) e mi dice:&lt;br /&gt;“Questo è il nuovo Piperno”,&lt;br /&gt;“Perché, uno non basta?” ho domandato io.&lt;br /&gt;“Dai, leggilo, e poi mi dirai” ha detto Valeria.&lt;br /&gt;Be’, l’ho letto, tutto, e le pagine erano settecentottantatre, ed erano settecentottantatre pagine inutili, un brutto buco in una qualche foresta del cazzo (che poi a me, appunto, delle foreste non me ne frega neanche niente, è solo per dire quello che dicono tutti i miei colleghi editor ecologisti pacifisti bla bla bla).&lt;br /&gt;E questa sera si deve appunto decidere se pubblicare o meno il buco nella foresta, e dato che le decisioni le prendiamo a maggioranza, e agli altri quattro il libro è piaciuto, io alla riunione non ci vado: che ci vado a fare. E poi l’autore è amico o amico di un amico di Giorgio, uno degli editor, uno di quelli che può cambiare il destino di un altro scrittore italiano, trasformando un qualche giudice-impiegato-benzinaio-panettiere-commercialista-chirurgo-architetto-idraulico in scrittore.&lt;br /&gt;Cammino sempre più spedito toc toc toc sbuffando fumo dal naso come un’antica locomotiva.&lt;br /&gt;Gli altri quattro editor sono tutti scrittori (editi, chi più chi meno), io no, gli editor non dovrebbero essere scrittori, è come se i preti fossero anche peccatori (lo so, ci sono, ma non dovrebbero esserci, punto), ognuno dovrebbe avere il suo ruolo, o fai una cosa o ne fai un’altra, è un po’ come per i critici letterari: i critici letterari non dovrebbero essere anche scrittori, dovrebbe essere vietato fare il critico allo scrittore, dovrebbe essere tipo scegli, o di qua o di là, non il piede in due scarpe, dovrebbero esserci delle leggi, ma delle leggi applicate veramente, con severe sanzioni, punizioni corporali, lavori forzati. Ecco, è così che dovrebbe essere.&lt;br /&gt;Cammino sempre più spedito toc toc toc, sfilo davanti al palazzo dove ha sede la casa editrice che mi da da mangiare. Non mi fermo e toc toc toc mi allontano camminando come se avessi davvero una meta precisa, come se dovessi davvero arrivare da qualche parte, come se davvero ci fosse qualcuno che non vede l’ora di vedermi. Ma io non voglio vedere più nessuno nessuno nessuno, senza distinguo.&lt;br /&gt;Toc toc toc.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-4335775251464780856?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2008/11/sociopatico-di-roberto-saporito.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SRVkQqVL6mI/AAAAAAAAALk/FXCwS7GKvqs/s72-c/weird_paint_illusion.jpg' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>2</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-6737650050293192940</guid><pubDate>Sat, 08 Nov 2008 09:55:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-11-08T02:02:02.920-08:00</atom:updated><title>NOZZE di Cristina Musciacco</title><description>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SRVjhATmjKI/AAAAAAAAALc/OVJPkOUdezk/s1600-h/heart-2001.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5266224757948714146" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SRVjhATmjKI/AAAAAAAAALc/OVJPkOUdezk/s400/heart-2001.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;“Ragazzi mi sono innamorato. Voglio sposarmi. Si chiama John Bo”. Quando zio Alfredo, ubriaco pronunciò la sera della vigilia di Natale queste parole, la madre ebbe un mancamento, il padre gli rovesciò sul viso il costosissimo brunello che aveva nel bicchiere, zio Salvatore rimase a guardarlo con la bocca aperta piena di cibo, cugina Maria e cugina Lucia, prossime ai voti, si toccarono il crocifisso e iniziarono pregare, il piccolo Carletto gli gridò contro una parolaccia. Solo zia Betty rideva e batteva le mani come sempre usa fare quando accade in famiglia qualcosa di inaspettato.&lt;br /&gt;Quella sera la grande tenuta non assistette allo scambio dei regali, né ai brindisi di festeggiamento. La serata passò tra i litigi del nonno e la nonna che si accusavano a vicende della mal riuscita del loro unico figliolo. Gli zii gli si avvicinavano incuriositi chiedendogli se avrebbe iniziato a vestirsi da donna. Le cugine premevano perché si chiamasse un prete.&lt;br /&gt;La settimana successiva alla rivelazione, zio Alfredo invitò John Bo e la sua famiglia alla tenuta, per dare inizio ai preparativi delle nozze. La sua famiglia si limitava in realtà ad unico fratello.&lt;br /&gt;Il fratello di Bo era l’uomo più bello del mondo. Viaggiatore solitario non c’era paese, città villaggio, foresta, monte, valle, isola, fiume, lago, landa, vetta, pianura, deserto che i suoi occhi non avessero guardato. Ogni comunità che incontrava sul cammino lo accoglieva benevolmente e si disperava quando ripartiva. La sua bellezza gli permetteva di entrare ovunque. Aveva visitato le stanze nascoste di antichi palazzi reali, era stato messo al corrente da oracoli inauditi sui segreti dell’universo,aveva partecipato ai riti sacri di remote religioni misteriche. Ogni sera raccontava una storia diverse: di quando era stato ospite di una popolazione nomade di un deserto asiatico, la quale praticava un comunismo così totale da ignorare totalmente il significato dell’aggettivo possessivo mio; o di quando aveva conosciuto la gente di un’isola del pacifico in cui tutti gli uomini erano schiavi e le donne regine; o di quando aveva abitato presso un villaggio di una foresta tropicale in cui non c’erano leggi, né crimini, tranne uno per il quale si veniva puniti con la morte: compiere 50 anni. Dopo una settimana che il fratello di Bo era con noi alla tenute, tutte le cugine, comprese cugina Maria e cugina Lucia erano incinte. Tra i preparativi per il matrimonio e i preparativi per le nuove nascite, la famiglia era come impazzita. Vecchie abitudini furono abbandonate per lasciare il posto ad alte. Chi fino a quel momento aveva preso il caffè amaro, iniziò a prenderlo zuccherato, chi usava addormentarsi a destra cominciò a dormire a sinistra, chi era stato pacato si trasformò in agitato, chi aveva vissuto da miscredente diventò religioso, chi era sfacciato cambiò in pudico, chi era depresso divenne gaio, chi era loquace si ammutolì , chi era silenzioso cominciò a cantare. Solo zia Betty sembrava quella di sempre anche se ininterrottamente rideva e batteva le mani.&lt;br /&gt;Il giorno fissato per le nozze fu anche il giorno in cui nacquero i bambini. E la famiglia non sapeva come dividersi fra la chiesa e l’ospedale.&lt;br /&gt;Al momento del parto i medici inorridirono: i bambini ridevano. &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-6737650050293192940?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2008/11/nozze-di-cristina-musciacco.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SRVjhATmjKI/AAAAAAAAALc/OVJPkOUdezk/s72-c/heart-2001.jpg' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>2</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-4322042088397400335</guid><pubDate>Sat, 08 Nov 2008 09:52:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-11-08T01:55:06.999-08:00</atom:updated><title>MIO NIPOTE di Danilo Potenza</title><description>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SRVh8bd1RTI/AAAAAAAAALU/ccIkWofEyo4/s1600-h/finger_paint.gif"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5266223030072591666" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 291px; CURSOR: hand; HEIGHT: 300px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SRVh8bd1RTI/AAAAAAAAALU/ccIkWofEyo4/s400/finger_paint.gif" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Il buio è per molti l’unica possibilità, e lì, anche a costo d’inventarla, devi trovare la luce. Ho sempre creduto che nell’animo risieda la vera forza degli uomini, e l’animo prescinde dall’età. Domenica mattina, come ogni fine settimana accompagno mio nipote al parco di fronte casa. Vorrei portarlo in posti più belli, ma sono vecchio e stanco. In fin dei conti, per lui non conta molto la bellezza. Mio nipote Marco è cieco dalla nascita, per lui bello è ciò che gli provoca delle emozioni. Oggi ha undici anni, e vederlo lì, che vorrebbe infilare il cappotto da solo ma non riesce, fa male. Prende il suo bastone posato accanto alla porta, saluta tutti sorridendo. A volte mi domando se lui abbia coscienza del fatto che sorride sempre. Io da anni ho smesso di farlo. Mi vien da pensare che solo a pochi è concesso, sorridere intendo; ai bimbi, agli innamorati prima dell’inevitabile dolore, agli stolti.&lt;br /&gt;Scendiamo in strada, attraversiamo la carreggiata e imbocchiamo il vialetto d’ingresso. Il parco è piccolino, ideale per sguinzagliare figli e cani. Alle nostre spalle, tre grossi pioppi ci separano dalla strada, mentre due pruni fanno ombra a una panchina costeggiata dal vialetto che attraversa tutto il parco. Una siepe svestita recinta la zona. Veniamo qui perché è comodo, sicuro. Vogliamo solo prendere un po’ di sole, e quello è uguale dappertutto.&lt;br /&gt;Stamattina Marco è più allegro del solito. Attorno, voci di bambini attraggono la sua attenzione, ma lui sa bene che non potrà andrà da loro, almeno da solo. È incredibile come sia coscienzioso. Allora mi tira con tutte le forze racchiuse nell’esile braccio destro, mentre con la mano sinistra fa ondeggiare il bastone davanti a sé.&lt;br /&gt;- Dai, andiamo nonno, è già tardi.&lt;br /&gt;- Vai piano, lo sai che non posso correre.&lt;br /&gt;Dovrei essere solo io a non poter correre. Ci fermiamo sotto due tigli al centro di un’aiuola. Marco posa il suo bastone a un tronco e scappa via inseguendo le voci degli alti bambini. Ha il sorriso di chi rivede una persona cara dopo anni, la gioia sincera della fine di un’attesa. Il sole compie i suoi sforzi per inondargli gli occhi, ma le palpebre di Marco restano serrate. Il buio resta buio se luce non puoi vedere, ma il buio diventa luce se luce sai vedere. Marco ce l’ha, Marco ha quella forza capace di cambiare il mondo che lo circonda. Spinge le sue gambe una davanti all’altra rincorrendo le altre voci, a bocca aperta per respirare più velocemente e arrivare subito, prima che tutto scompaia e finisca. Io resto a guardarlo poggiandomi a un albero, la schiena mi fa male, sono stanco. Penso a mio nipote, al fatto che probabilmente va incontro a un’altra delusione. Marco non può vedere quando la sua corsa arriva a destinazione, ma può sentirlo, e non più dalle voci dei bambini, ma dal loro silenzio, spontanea conseguenza nel vedere una persona diversa. I bambini si ammutoliscono alla vista di Marco, che si fa avanti a braccia tese cercando qualcuno, sorridendo, come gli innamorati. Non so se potrà mai conoscere l’amore per una donna, non so se ci sarà mai una donna disposta ad amarlo. Per stargli accanto bisogna accettare una serie di circostanze, sacrifici, compromessi con se stessi.&lt;br /&gt;Marco si avvicina a un bambino, gli tocca il viso, gli chiede come si chiama ma l’altro non risponde, gli chiede che stanno facendo, ma tutti tacciono. Di colpo il bambino fa qualche passo indietro e si allontana di corsa seguito dagli altri. Marco ascolta il rumore dei passi che si allontanano e delle voci che riprendono i loro giochi d’allegria lontano da lui, dal diverso. Marco tende ancora le braccia in avanti, ma non trova nessuno. L’amore è troppe volte seguito dalla disperazione.&lt;br /&gt;- Nonno.&lt;br /&gt;Ha un mare di lacrime chiuse nella gola.&lt;br /&gt;- Sono qui.&lt;br /&gt;Gli vado incontro, lui corre verso di me, inciampa a un gradino, cade, piange. Si è graffiato le mani.&lt;br /&gt;- Alzati non è niente, ti sei solo un po’ sporcato.&lt;br /&gt;Marco si alza da solo senza dire una parola, si soffia sulle mani, mi abbraccia, singhiozza.&lt;br /&gt;- Perché nessun vuol giocare con me.&lt;br /&gt;- Perché gli uomini hanno paura di chi è diverso.&lt;br /&gt;- Non è giusto però, tutti sono diversi da me ma io mica ho paura di loro.&lt;br /&gt;Che dire?&lt;br /&gt;- Perché tu sei speciale. Vieni torniamo a casa.&lt;br /&gt;Ci incamminiamo verso i tigli per recuperare le nostre cose, ma di colpo Marco si ferma e si siede a terra. Dice di voler giocare almeno un po’ prima di andare, dice che noi possiamo divertirci anche senza gli altri bambini. Non so che fare, resto in silenzio. Mi rendo conto che aspetta una mia risposta, ma resto muto. Lui abbassa la testa, singhiozza, si alza in piedi e si incammina da solo.&lt;br /&gt;- Marco aspettami, non correre.&lt;br /&gt;Non mi ascolta e capisco che ora il mio compito è far divertire mio nipote, io, che ho settant’otto anni e che non so più ridere.&lt;br /&gt;- Va bene, inventiamoci un gioco.&lt;br /&gt;Marco si gira di scatto, sorride, corre verso di me e mi afferra per una manica. Dice di voler raccogliere delle pietre da buttare nella fontana. Lo assecondo e insieme arriviamo sotto i tigli. Mi spiega il senso del gioco. Credo di non averlo capito molto bene, visto che vorrebbe riempire la fontana di pietre in modo da far uscire tutta l’acqua. Mentre mi parla mi tocca il viso, e sento le sue morbide mani sulla mia pelle rinsecchita, sento la primavera addosso dopo l’inverno, rinascere i germogli della speranza. Marco ha una forza che non ho visto in nessun altro. Mi chiede di portarlo verso il viottolo di ghiaia. Andiamo, mi metto dietro le sue spalle e lo aiuto ad abbassarsi mettendogli le mani sotto le braccia per indirizzare le sue dita verso le pietre più grosse. Stringo i denti per le tremende fitte alla schiena, ma Marco ride, e a me non serve più nulla. Andiamo davanti alla fontana, lanciamo le pietre dentro e ridiamo per qualche schizzo che ci bagna i cappotti.&lt;br /&gt;Spero che almeno questo amore non conosca mai la disperazione della fine. &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-4322042088397400335?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2008/11/mio-nipote-di-danilo-potenza.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SRVh8bd1RTI/AAAAAAAAALU/ccIkWofEyo4/s72-c/finger_paint.gif' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>1</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-5082344785357236930</guid><pubDate>Sat, 08 Nov 2008 09:34:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-11-08T01:52:06.139-08:00</atom:updated><title>SCHERZI TELEFONICI - SNUFFING di Daniele Scarpati</title><description>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SRVgN6wlMSI/AAAAAAAAALM/xq5U9ENg0po/s1600-h/MSN_Headshot_by_elpix.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5266221131507249442" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 260px; CURSOR: hand; HEIGHT: 262px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SRVgN6wlMSI/AAAAAAAAALM/xq5U9ENg0po/s400/MSN_Headshot_by_elpix.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Per descrivere degnamente il tipo di oscurità che avvolge Snuff, non basta rievocare la notte. Non basta spegnere la luce. Snuff non esisterebbe se non ci fosse il colore nero. Un nero che sembra fatto apposta per rendere il bianco della sua pelle ancora più innaturale, ancora più lucente. Una lucentezza fredda, cruda. Come quella di un neon.&lt;br /&gt;Premendo il tasto POWER del suo computer Snuff dice alla signora legata sulla sedia: «Tra un po’ telefoniamo a tuo figlio e vediamo se riusciamo a farci quattro risate insieme con lui».Poi aggiunge: «Vediamo se è in grado di far divertire il suo pubblico anche in questa circostanza».Il figlio della signora è un diciottenne di provincia. Sta diventando famoso postando i suoi video su Youtube. I suoi video appartengono alla categoria “comici”. Racconta barzellette, esegue brevi monologhi, recita poesie, canta canzoni accompagnandosi con la chitarra. Ma la sua specialità, il suo marchio di fabbrica, sono gli scherzi telefonici.Questo lo so perché me lo ha detto Snuff. Sarà anche famoso questo ragazzino ma io non l’avevo mai visto prima che Snuff mi mostrasse qualche suo video. Del resto io non ho tempo per queste cose. Essere il migliore amico di Snuff è un lavoro a tempo pieno.La mamma del ragazzo, legata e imbavagliata su questa sedia, piange e si dispera. Ha qualche livido sulla faccia per via dei pestoni che Snuff le ha dato per farla stare buona.È disperata. Anche se in pratica ancora non ha visto niente. I morti non sono solo quelli bianchi, freddi e rigidi. Un morto può anche dimenarsi e disperarsi e provare paura.Un morto può anche essere come questa signora qui. La madre di Comicogenio89.Comicogenio89 è il nickname con cui questo ragazzo firma i suoi video. Il suo vero nome è Roberto.Snuff lancia il Messenger. È notte fonda.«Sapevo di trovarlo in linea a quest’ora – dice Snuff con la nota più crudele che la sua voce è capace di emettere – lo sapevi che si ammazza di seghe navigando in siti porno e video-chat erotiche?».La signora piange. Forse inizia già a capire. Il bavaglio che ha sulla bocca si macchia delle goccioline umide e calde che le scorrono lungo le guance. Le macchioline hanno il colore scuro del suo mascara. Con gli occhi gialli come quelli di una vipera e la pelle al neon che diventa sempre più bianca, Snuff dice: «Per la sua brama di conoscere gente e di farsi conoscere quel fesso di tuo figlio ha reso visibile il suo contatto MSN nel suo profilo Facebook.». Dice: «Quando l’ho aggiunto ai miei contatti non si è minimamente posto il problema che lo stesse aggiungendo uno sconosciuto. Forse non ha fatto nemmeno caso al piccolo particolare che l’indirizzo che lo stava invitando fosse video.tortureuccisioni@hotmail.com. Ah, dimenticavo! Tanto per la cronaca sul My Space di tuo figlio, perché lui ha sia il Facebook che il My Space, nome e cognome sono in bella mostra. E anche l’indirizzo. Se fossi uno di quei maniaci sfigati e volgari mi sarei intrufolato in casa vostra e avrei fatto un macello. Vi avrei torturati uno per uno con un uncino. Avrei mangiato il vostro gatto vivo, sotto i vostri occhi.».Quest’ultima frase mi ricorda il nostro accordo. L’accordo che ho fatto con Snuff quando l’ho conosciuto. Anni fa. Ma non ci devo pensare. Ora come ora non sono pronto per una cosa simile. Il mio percorso insieme all’amico Snuff non è ancora compiuto.«Fortunatamente io non sono così scontato nelle mie cose, e quindi eccoci qua!», dice Snuff concludendo la sua arringa.Con le sue mani bianco-neon, Snuff digita velocemente un nickname diverso per il suo Messenger. Il suo nick ora è Snuffina. E nel vederlo scritto nel suo avatar, non so perché ma mi vengono i brividi.Snuff spiega che l’unico modo per farsi prendere in considerazione da Roberto è avere un nickname da ragazza. Dice che Snuffina, nonostante sia palesemente patetico, basterà a trarlo in inganno. Dice che Roberto è un idiota. Il suo modo di spiegare passo dopo passo ogni piega presa dai suoi ragionamenti lo rende affascinante. La sua lucida follia mi spaventa più della sua cassetta degli attrezzi. La borsa dove conserva i ferri del mestiere.«CIAO, MI CHIAMO SARA – digita Snuff nella finestra di dialogo – TI VA DI GIOCARE CAM TO CAM?».Nemmeno finisce di scriverlo che Roberto gli invia una video chiamata. Snuff accetta e nei pochi secondi che impiega il computer a caricare il collegamento, trascina bruscamente la sedia della madre di Roberto fin davanti al monitor, mettendola bene davanti alla webcam.Quando le due webcam si collegano, lo scenario, visto da fuori, è il seguente: Roberto indossa solo i boxer e s’intravede già un principio di erezione. Snuff è in piedi, dietro la signora che è ancora imbavagliata. Con una mano le tira i capelli dietro la nuca e con l’altra le accarezza il viso congestionato dalle lacrime e dal terrore.Roberto avvicina la faccia al monitor. Impiega tre, forse quattro secondi per mettere a fuoco l’identità di quella donna imbavagliata.Dal primissimo piano del suo volto, riesco a leggere le sue labbra.Leggo chiaramente che pronuncia la parola: «MAMMA!!!».Lo ripete molte volte, e intanto copre con le mani il suo cazzo in erezione.Immagino che dall’altra parte il povero Roberto veda solo il viso segnato di sua madre, in primo piano, e una sagoma scura dalle mani pallide che incombe alle sue spalle.Per un gusto perverso Snuff decide che per parlargli vuole usare il telefono invece che un semplicissimo microfono. Si allontana dalla sua vittima e prende il cordless. Digita a memoria il numero di casa di Comicogenio89. Dall’altro lato della webcam il ragazzo sembra paralizzato dal terrore e così lascia squillare e non risponde.Snuff stacca la chiamata e si dirige al computer. Eludendo il raggio d’azione della cam e avvicinando a sé la tastiera senza fili, scrive nella finestra di dialogo che non ama la gente che pur stando in casa non risponde alle telefonate. Gli dice che ora richiamerà di nuovo. Scrive a Roberto che se non risponderà infilerà nella vagina di sua madre un roditore affamato. Gli scrive che per assicurarsi che non fuoriesca suturerà la fessura della vagina a crudo, e lascerà il topo lì dentro a fare danni finché sua madre non morirà dissanguata. Fra dolori atroci.Il tutto, naturalmente, sarà ripreso dalle telecamere e diventerà uno snuff-movie. Verrà venduto online.Passa circa un minuto in cui Roberto, in primo piano, legge e piange. Vedere un comico piangere è uno degli spettacoli più strazianti a cui si possa assistere.Snuff, per un po’, lo lascia lì a cuocere nel suo brodo. Non richiama subito. Vuole assicurarsi che il messaggio sia chiaro. Vuole essere sicuro che l’orrore pervada interamente Roberto.Quando finalmente telefona di nuovo, il ragazzo risponde al secondo squillo. Snuff mette il vivavoce e poggia il telefono sul ripiano sudicio che utilizza di solito come tavolo delle sevizie.«Mamma!!! – grida Roberto appena inizia la conversazione – ma non dovevi andare in pellegrinaggio a Lourdes?».La madre ha il bavaglio. Se potesse rispondere a suo figlio, gli spiegherebbe che è stata rapita alla fermata degli autobus. Mentre aspettava la navetta che porta all’aeroporto.«Tua madre non può rispondere – dice Snuff come se pronunciasse una sentenza – devi parlare con me».«E tu chi cazzo sei? Lascia stare mia madre pezzo dimmerda!».«Mancandomi di rispetto non l’aiuterai, e non le salverai la vita. Ad ogni modo tutti mi chiamano Snuff. Immagino che il perché ti sia ormai chiaro».«Pazzo-maniaco-dimmerda!!!».Un moto d’ira e Snuff cambia colore. Per un istante il chiarore inumano della sua faccia viene interrotto da un lampo rosso. Un lampo di rabbia. Di odio.Con una calma glaciale e un sorriso crudele Snuff si alza in piedi. Apre il borsone in cui tiene gli attrezzi. Ne estrae un rasoio elettrico senza fili e con l’alloggiamento per le batterie completamente devastato. Noto che al di sopra delle lame rotanti Snuff ha saldato due sostegni d’acciaio lunghi, paralleli. Sopra questi sostegni, perpendicolarmente, è saldata una lama di rasoio a mano, come quelli dei barbieri. Lo impugna e si piazza in piedi alle spalle della signora. Roberto continua a non vedere altro che il viso terrorizzato e martoriato di sua madre e le mani di luce bianca di Snuff che le armeggiano attorno. Snuff le afferra la fronte e la stringe bloccandole la nuca contro il suo ventre. Poggia il rasoio sul lembo di carne che c’è fra l’inizio del sopracciglio e la base del setto nasale. La lunghezza della lama, in verticale, copre per intero lo spazio che va dal sopracciglio allo zigomo.La signora mugola nel bavaglio e sbatte le palpebre due, tre, quattro volte. Velocemente.Roberto, sempre in mutande, e con l’erezione che ormai è solo un ricordo lontano, si deforma in webcam mentre dal telefono in vivavoce giunge il suo urlo disperato: «Noooooo!!!!».Snuff atteggia la bocca in un ghigno maligno e traccia col rasoio una mezzaluna di sangue che deturpa la zona intorno all’occhio della signora. Il sopracciglio e la pelle sottostante, la carne dello zigomo e una discreta porzione di palpebra vengono tagliati via. Probabilmente anche l’occhio ha subito dei danni.L’urlo sordo della madre di Comicogenio89 è di quelli che senti solo negli incubi.Roberto piange e si dispera.Snuff sembra soddisfatto. Gettando sul lurido ripiano il suo rasoio modificato e sporco di sangue dice: «Spero che ora sarai più docile e asseconderai i miei desideri.».«Farò ciò che vuoi – singhiozza Roberto – ma non fare altro male a mia madre.».«Non le farò più niente se tu farai ciò che ti dico», risponde Snuff mentendo.«Cosa vuoi che faccia?», chiede Roberto fra le lacrime.E Snuff gli spiega che ora attiverà un programma che permette di registrare le immagini che riceve la webcam. Gli spiega che vuole riprenderlo mentre fa uno dei suoi proverbiali scherzi telefonici.Gli dice di impegnarsi perché se riuscirà a farlo ridere lui lascerà libera sua madre e non le farà del male. Roberto ignora che Snuff non sa ridere. Snuff non manifesta mai né giubilo né serenità.Snuff vive e gode solo del male che riesce a infliggere alla gente.Specie se è gente con la smania di diventare famosa. Di apparire.«E a chi dovrei farlo questo scherzo?», chiede Roberto, e la sua voce è solo lacrime.E Snuff avvicina il telefono, posizionandolo di fronte alla madre di Roberto. Togliendole il bavaglio dice: «A lei, a tua madre.». E aggiunge: «Mi sembra una donna intelligente e piena di senso dell’umorismo. La vittima ideale per un tuo scherzo. Avanti, fatemi ridere! E siate convincenti!».Snuff si avvicina alla sua borsa. Fruga cercando qualcosa, qualche altro attrezzo di tortura.Io intanto mi siedo perché prevedo che la cosa andrà un po’ per le lunghe.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-5082344785357236930?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2008/11/scherzi-telefonici-snuffing-di-daniele.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SRVgN6wlMSI/AAAAAAAAALM/xq5U9ENg0po/s72-c/MSN_Headshot_by_elpix.jpg' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>2</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-4983994493307597534</guid><pubDate>Fri, 05 Sep 2008 12:10:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-09-05T05:22:25.242-07:00</atom:updated><title>Numero di Settembre</title><description>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEkZyoZUCI/AAAAAAAAAKk/E8uAtN9pZkI/s1600-h/Cover_3.tif"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5242511466742501410" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; CURSOR: hand; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEkZyoZUCI/AAAAAAAAAKk/E8uAtN9pZkI/s400/Cover_3.tif" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEkIXJFVpI/AAAAAAAAAKc/mOmRMLfFMp8/s1600-h/Mae+WestJPEG.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5242511167305635474" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 2px; CURSOR: hand; HEIGHT: 1px; TEXT-ALIGN: center" height="202" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEkIXJFVpI/AAAAAAAAAKc/mOmRMLfFMp8/s400/Mae+WestJPEG.jpg" width="249" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEjZ-6Ln4I/AAAAAAAAAKU/McBpBhWhsDA/s1600-h/inferno1+DEF.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5242510370526699394" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 4px; CURSOR: hand; HEIGHT: 5px; TEXT-ALIGN: center" height="307" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEjZ-6Ln4I/AAAAAAAAAKU/McBpBhWhsDA/s400/inferno1+DEF.jpg" width="188" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Finalmente il numero di settembre del nostro blog. Per farci perdonare del leggero ritardo vi proponiamo in anteprima il disegno in copertina (sempre dalla mano prodigiosa del nostro fumettista Mario Perrotta) del nuovo libro di Dan Fante. Ricordate come sempre di commentare, votare e segnalare i racconti che più vi piacciono. Saluti dalla redazione...&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-4983994493307597534?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2008/09/numero-di-settembre.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEkZyoZUCI/AAAAAAAAAKk/E8uAtN9pZkI/s72-c/Cover_3.tif' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>2</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-4991844506678157659</guid><pubDate>Fri, 05 Sep 2008 12:08:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-09-16T13:57:13.215-07:00</atom:updated><title>LA GENESI, E ALTRE INDISCREZIONI RIGUARDO DIO di Luca Maiolino</title><description>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEhraemY3I/AAAAAAAAAKM/n9FJA9lAGuc/s1600-h/sferaneroNormal.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5242508470961726322" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" height="228" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEhraemY3I/AAAAAAAAAKM/n9FJA9lAGuc/s400/sferaneroNormal.jpg" width="241" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Salve a tutti! Mi chiamo Tommy e sono un puntino nero che se ne va in giro lungo un foglio. Il foglio è bianco e si estende all’infinito, ed io ci corro sopra a più non posso, finché non resto senza fiato. Allora mi fermo e faccio pausa per un poco. È una dannata vita in corsa la mia! Sto tutto il giorno assieme ai miei amici supervelocissimi, che sono tre puntini neri tali e quali a me: siamo sferici e veloci, e la nostra corazza nera risplende quando incrociamo per caso un raggio di luce che proviene da ovest. Siamo dei puntini coi fiocchi noi! Io sono nato un giorno chissà come, neanche i miei amici ne sanno niente. Lucio, uno di loro, per un certo periodo aveva sostenuto che l’artefice di tutto fosse Dio. Ve lo dico io chi è stato, ripeteva in continuazione. Si tratta del gran capo in persona, è proprio di lui che sto parlando. Ma Franz, che era un altro puntino nero uguale a noi, pareva essere in possesso di informazioni molto riservate, e bisbigliava con grande cautela.- È impossibile, vi dico. LUI deve ancora nascere. Lo so per certo. Ci vuole tempo per queste cose. Serve la giusta dose di sentimenti negativi, non dimenticatelo; altrimenti, a cosa mai ci servirebbe un Dio? -Lucio non era molto entusiasta di questa versione, ma dopo un po’ se ne convinse anche lui, mentre per July il dibattito era del tutto indifferente. Io seguivo la sua linea, soprattutto perché July mi piaceva parecchio. Non me ne fregava niente delle questioni teologiche a me, volevo solo spassarmela con July.&lt;br /&gt;Da qualche tempo ci eravamo scelti un nome per ciascuno, perché ci era sembrata una cosa carina da fare. Prima che arrivassero i nomi era parecchio deprimente qui. Ognuno rotolava per conto suo da una parte all’altra del foglio e siccome ciascuno era uguale a tutti gli altri, finiva per sentirsi “tutti gli altri”, e questa sensazione faceva sì che a nessuno venisse voglia di fare amicizia. Ma quando decidemmo per i nomi, tutto divenne diverso, perché a un certo momento ognuno di noi ebbe qualcosa di unico che poteva essere condiviso con gli altri puntini, e ogni puntino desiderava ottenere quel qualcosa dagli altri. Iniziammo a sentirci un’esplosione dentro, e sapevamo che quello era il nostro carattere che si andava formando. Così stringemmo amicizia e da quel giorno rotolammo sempre in gruppo. Un problema però rimaneva: pur essendo cambiati dentro (nel nostro animo, per così dire), nel fisico continuavamo ad apparire assolutamente identici, per cui ognuno conosceva il proprio nome ma nessuno poteva essere certo del nome dell’altro. Ci toccava sempre chiedere, per sicurezza.&lt;br /&gt;Un giorno chiesi a July se era veramente July, e quando mi rispose di sì la portai a fare un giro noi due soli, con Lucio e Franz che ci tenevano d’occhio da lontano. Erano gelosi, quei due, ma sapevano come giravano le cose e non giravano certo dalla loro parte. Lei era di fronte a me e io ero di fronte a lei. Sentivo che stava per succedermi qualcosa di assolutamente nuovo ed eccitante, e capivo che July desiderava farlo succedere alla svelta, glielo si poteva leggere sul riflesso magnetico della corazza, ma proprio in quel momento, nell’istante prima che i nostri corpi si sfiorassero, mi resi conto delle terribili ambiguità che quella situazione si portava dietro. Mi ricordai, infatti, che la scelta dei nomi era stata del tutto arbitraria. Voglio dire, come facevo a sapere che si trattasse davvero di una “July” e non stessi invece per avere un rapporto ravvicinato con un “Carlo” o roba del genere? Maledizione, non c’era verso di controllare. Per cui, dominato da un’ansia cosmica, intimai alla presunta July di starmi lontano, altrimenti ti riduco in un cubetto bello e pronto, le dissi. Lei si spaventò e questo mi fece sentire in colpa, così le dissi, va bene, se proprio vuoi restare, accomodati, basta che stai ben attenta a non toccarmi. Però lei volle allontanarsi lo stesso, anzi, sospetto che quelle mie dichiarazioni non fecero altro che turbarla ulteriormente, piuttosto che ricondurla ad una nuova e sana calma spirituale, risultato che invece mi sarei aspettato di ottenere. Voleva passeggiare un po’ per conto suo. Disse che le serviva del tempo per pensare. Si trattava forse di un tentativo per dimostrare una volta per tutte la sua femminilità, siccome soltanto da una donna poteva provenire una richiesta tanto sciocca? Devo ammettere che ci pensai, ma arrivai alla conclusione che non valesse la pena rischiare. Mentre rotolava via mi indicò un punto bianco nel quale ci saremmo rincontrati più tardi. Ma siccome non aveva niente con cui indicare (perché ancora nessuno aveva inventato le dita) e anche se ci fosse riuscita avrebbe indicato un punto bianco identico a tutto il resto del foglio, finì che July non tornò mai più indietro, nonostante io avessi continuato ad aspettarla per tutto il tempo. Quando spiegai la storia ai ragazzi, quelli volevano farmi il culo. Erano incazzati sul serio, perché dicevano di essere tormentati dalla prospettiva della solitudine eterna che attendeva la nostra amica. Balle!, dico io. Erano tormentati dal pensiero di non potersela più ingroppare, ecco cosa. Cercai anche di illuminarli sulla faccenda dei nomi ma non servì a niente, con due ottusi come quelli. Per cui avevo questi due puntini alle calcagna pronti a farmi la pelle, e io ero solo soletto in mezzo a un foglio. Erano cazzi!, anche se non sapevo bene cosa fossero.&lt;br /&gt;Il primo ad attaccare fu Franz, che prese una breve rincorsa per poi venirmi addosso a tutta birra, speronandomi su di un lato. Volammo entrambi in direzioni opposte, per poi ricascare dentro il foglio. Io uscii incolume dall’urto quasi per miracolo, mentre Franz si ritrovò una fiancata solcata da una profonda linea grigia. Per poco non mi faceva fuori. Un centimetro più al centro e, puff, addio Tommy, il giovane puntino nero e sexy. Non potevo crederci. E quelli, fino a poco prima, erano i miei amici! I miei unici e più cari amici! Già il prossimo attacco sarebbe potuto risultare letale. Ero spaventato a morte.Vidi che anche Lucio stava per prendere la rincorsa, rotolando lentamente all’indietro. Poi sembrò esitare e infine si fermò. Capii cosa stava succedendo, ringraziando il cielo. Anch’io avevo provato un grande senso di comunione con Lucio, nel momento in cui Franz era diventato un puntino nero con una linea grigia disegnata su di un lato. Io non avevo linee grigie e sapevo che neanche Lucio ce le aveva, e questa semplice considerazione bastava a farci sentire molto più uniti. All’improvviso entrambi desideravamo ardentemente fare fuori Franz, e anche a Franz gli sarebbe piaciuto metterci le mani addosso, ma lui era l’unico puntino zebrato di tutto il foglio e non poteva fare un accidenti di niente. Così io e Lucio iniziammo ad inseguirlo, e quando riuscimmo ad acchiapparlo l’avevamo già stretto sui due lati, e con una gran rincorsa lo schiacciammo nel mezzo. L’impatto fu terribile e noi tutti esplodemmo all’istante, allargando noi stessi all’infinito sull’intero foglio, che divenne così un’enorme macchia nera senza più confini percepibili. Non eravamo mica morti però! Ma fu ugualmente molto triste perché, anche se esistevamo ancora, bisognava ammettere che non avendo più limiti corporei a definirci come figure, diventava difficile anche solo sapere dove fossimo, per cui finimmo per pensare alla morte in maniera quasi ossessiva. Un giorno lo pensammo così intensamente che morimmo per davvero e poi ci fu il nulla pieno di disperazione e da quel nulla, addensatosi in una grande palla trasparente, nacque Dio. Come prima cosa, Dio, aprì i suoi due occhi verdi, e vedendosi solo soletto in mezzo al nulla, si spaventò.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;- Per Dio!- disse Dio - Questa è la fine!-&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;E invece il bello stava soltanto cominciando. &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-4991844506678157659?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2008/09/lagenesi-e-altre-indiscrezioni-riguardo.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEhraemY3I/AAAAAAAAAKM/n9FJA9lAGuc/s72-c/sferaneroNormal.jpg' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>2</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-877074142793967910</guid><pubDate>Fri, 05 Sep 2008 12:06:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-09-08T02:42:40.533-07:00</atom:updated><title>SAFARI NUCLEARE POST ATOMIC KISS di Hotel Messico</title><description>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEhFaxDXyI/AAAAAAAAAKE/6-Gq_FCPyBk/s1600-h/volto.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5242507818204094242" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" height="284" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEhFaxDXyI/AAAAAAAAAKE/6-Gq_FCPyBk/s400/volto.jpg" width="259" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Lasciate stare le strisce pedonali, i semafori, la raccolta differenziata, i vicini silenziosi, se vi sparano nessuno dirà che non eravate un bravo ragazzo. Se la polizia viene ad arrestarvi le donne del vostro condominio scenderanno in strada e sputeranno in faccia ai poliziotti. Lasciate stare le canzoni di Tiziano Ferro e Biagio Antonacci e cominciate a imparare nomi come Raffaello e Ida Rendano. Lasciate stare le televisioni di stato, la Mediaset, Sanremo e cominciare a memorizzare sui vostri televisori Napolipiù e Televolla. Abituatevi a quelli che vendono eroina sul vostro ballatoio, fuori il vostro ascensore, all’ingresso del vostro garage. Prima o poi ne comprerete anche voi. Prendete posizione, con o contro gli scissionisti di Secondigliano. Andate a vedere i gigli a Barra e fatevi crescere il pataniello sulla spalla. Occupate una casa nel lotto zero a Ponticelli e parlate male dei Rom. Compratevi la felpa Baci &amp;amp; Abbracci, il Nokia N70, le Nike Silver e i Rayban a goccia. La cerimonia del vostro matrimonio non può finire prima delle cinque del mattino dopo l’intervento di dieci cantanti. Fate un video con il cellulare facendo finta di sparare un vostro amico, metteteci la colonna sonore de Il camorrista e mettetelo su Youtube. Vostra sorella lavora in una fabbrica di borse a San Giuseppe vesuviano e prende duecento euro. Al mese. Vostra sorella fa la sciampista in un parrucchiere al rettifilo e guadagna duecento euro. Al mese. Vostra sorella lavora in un’impresa di pulizia al Cardarelli e prende due cento euro. Al mese. Parlate male dei metallari di piazza San Domenico e dei punk di Piazza del Gesù. Fatevi due lampade a settimana, fatevi di cobrette a dieci euro. Comprate il fumo al terzo mondo, a Pazzigno, nella Duchessa, nella Sanità, a Resina, al rione Traiano. Comprate il cinquanta pollici lcd all’ipercoop di Afragola, il navigatore satellitare per la Smart, il dolby 5.1 ed alzate il volume su Il capo dei capi. Decidete di fare una rapina a Via Luca Giordano, decidete di farvi una macchina a via Cilea, decidete di farvi un SH da sotto una ragazza a Piazza Arenella. Abitate a San Giovanni a Teduccio, a Via Stadera, a Materdei, al Rione De Gasperi, alla Gescal, all’Inacasa, alla centosessantasette. Andate in pellegrinaggio alla Madonna dell’arco, camminate con uno stendardo con le banconote appese, pregate Padre Pio prima di fare un omicidio. Chi sono questi ai semafori con la faccia marrone, perché non se ne tornano a casa. Voi non andate da loro a lavargli i vetri. Chiedete i soldi ai commercianti del vostro quartiere per le luminarie, i tappeti, le stelle di natale, per le famiglie dei carcerati, per quelli del sistema, per la Madonna, per i tossici, dite che vi manda Antonio o’Russ, Gennar o’Criminal, Pasquale Bum Bum. Fatevi i cazzi vostri, non guardate la gente per strada, non fermatevi se vedete uno per terra, guardatevi da chi vi cammina dietro, guardatevi l’orologio, il cellulare, la borsa, la macchina, gli occhiali, vi fate fare uno squillo quando le vostre ragazze rientrano in casa perché state in pensiero. Comprate un orologio rubato, un cellulare rubato, una borsa rubata, un portatile rubato. Si sono fatti un camion di Nike, un camion di macchine fotografiche, un camion di occhiali da sole. Per strada ci sono i rifiuti di tre settimane. Ci sono più topi che mosche. Da stamattina l’elicottero della polizia sta sopra il bronx di San Giovanni che cazzo vogliono questi. Finti invalidi, finti impiegati del gas, finti carabinieri al posto di blocco, borse finte, film pezzotti, sigarette di contrabbando, Barbie pezzotte. Ti aspetto fuori dalla discoteca, fuori dalla scuola, fuori dallo stadio. Andate a molestare i ricchioni a Gianturco, le nere sotto il ponte dello scasso, le polacche fuori la Mercedes. Vostro padre se ne’è andato con una polacca che stava alla ferrovia se la incontrate la uccidete.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-877074142793967910?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2008/09/safari-nucleare-post-atomic-kiss-di.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEhFaxDXyI/AAAAAAAAAKE/6-Gq_FCPyBk/s72-c/volto.jpg' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>2</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-1115406287188769871</guid><pubDate>Fri, 05 Sep 2008 12:03:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-09-08T02:43:33.534-07:00</atom:updated><title>DOMENICA POMERIGGIO di Luca Soldi</title><description>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEgkND9yxI/AAAAAAAAAJ8/r9SxCtlsjrM/s1600-h/963_IMG_PMD.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5242507247589640978" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" height="476" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEgkND9yxI/AAAAAAAAAJ8/r9SxCtlsjrM/s400/963_IMG_PMD.jpg" width="458" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Dimentico le carte,&lt;br /&gt;nella stanza col parato c’è l’armadio di legno chiaro, una fotografia della scorsa estate che dondola e tutti seduti attorno al tavolo , il sole sul deck, chiamami Fidelio chiamami ora che ho tempo e il balcone mezzo dentro e mezzo fuori è fresco, è estate Fidelio, è un brano che abbiamo sentito insieme ma poi tu mi hai fatto capire che bisogna scegliere, che la scogliera lontana è rimasta immutata , sono io che cambio, però quelle incessanti formiche che non scaccio, battere le mani alla frase shock alla frase nuova alla musica vecchia alle reni che vogliono riposo, dimmi come sei Fidelio, sono anni che vorrei capirlo, ed è domenica pomeriggio, come non è mai stato, in quelle tapparelle ci nascondiamo io e te compagno mio … una poltrona calma ed il quadro dei bagnanti, ti verso un bicchiere di whisky senza ghiaccio ed avvertimenti e spero di stordirti e sorprenderti, tu racconti e i posti piccolissimi anfratti riverberi e le barchette di plastica solitarie mentre gli altri tutti gli altri si divertono con i capelli biondi, dopo vengo anch’io , perché non mi credi, l’estate è lunga e c’è posto per tutti , per i tuoi sorrisi accattivanti. E spiegati per me, per tutti che guardano il tuo ultimo show&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il ritornello si inerpica il sole lima e le case mie tutte aperte, le domande che restano e la coscienza in diesis&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non stona Fidelio, stavolta fidati tu e l’altro amico tuo&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-1115406287188769871?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2008/09/domenica-pomeriggio-di-luca-soldi.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEgkND9yxI/AAAAAAAAAJ8/r9SxCtlsjrM/s72-c/963_IMG_PMD.jpg' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-1966648083917215075</guid><pubDate>Fri, 05 Sep 2008 12:00:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-09-08T02:44:19.269-07:00</atom:updated><title>LIVE di Cattive Inclinazioni</title><description>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEf7XU809I/AAAAAAAAAJ0/wOyFh3OTKDk/s1600-h/7957210.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5242506545970598866" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEf7XU809I/AAAAAAAAAJ0/wOyFh3OTKDk/s400/7957210.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;La serata è magnifica.&lt;br /&gt;Il palco dello Shea Stadium di New York è immenso e davanti a noi ci sono cinquantamila persone in attesa di sentirci suonare. Il colpo d’occhio e le urla fanno venire la pelle d’oca. Ma qualcosa non va, la band non gira ed io sono incazzato nero. Joe Strummer e Mick Jones si beccano come galline impazzite, Paul Simonon se ne sta in disparte fregandosene di tutto e Topper Headon, come al solito, è strafatto di eroina.&lt;br /&gt;Qui va tutto a puttane.&lt;br /&gt;Ma i Clash sono io figli di puttana, mettetevelo bene in testa e se stasera non suonate come dio comanda, vi butto giù dal palco a calci in culo.&lt;br /&gt;Imbraccio la mia fidata telecaster, il volume è al massimo. Gli altri finalmente si piazzano al loro posto, in attesa di un mio cenno per cominciare. Brutti stronzi, con voi farò i conti dopo il concerto.&lt;br /&gt;Si va in scena e partiamo con Should I stay or should I go, sono solo due accordi ma il riff che ne vien fuori è devastante come un pugno nello stomaco. Questo pezzo, un po’ mods e un po’ punk, fa resuscitare i morti ed è il massimo per aprire la serata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;…Darling you gotta let me know Should I stay or should I go?...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La folla è in delirio, meglio di così non potevamo cominciare. Ci do dentro con le plettrate e pure gli altri non si risparmiano. Salto e corro come un indemoniato e con la mia chitarra sferro fendenti a destra e manca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;…This indecisions bugging me Esta undecision me molesta…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo stadio s’è incendiato. Sudo sangue e sputo rabbia e sul pubblico vomito tutta la mia adrenalina. Sotto il palco pogano che è una bellezza. Sono il re del rock’n roll e qui comando io: voglio vedervi sballare, ammazzarvi di botte e stramazzare al suolo sanguinanti, perché è così che si fa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;…Me tienes que desir Should I cool it or should I blow?...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il pezzo è finito. L’ovazione della folla spacca i timpani più dei decibel dei nostri marshall ma mentre mi godo il momento, la porta della mia cameretta si apre. Sull’uscio appare l’enorme figura di mio padre in mutande e canottiera, ha la bocca sporca di sugo e lo sguardo rabbioso e avvelenato di chi s’è alzato da tavola mentre stava mangiando. Io rimango impietrito dalla paura. Si avvicina a passi lenti e con una faccia che non promette niente di buono. Allunga la mano dalle dimensioni esagerate, io chiudo gli occhi all’istante. Sento il volume dello stereo abbassarsi e quando riapro gli occhi me lo ritrovo a dieci centimetri da me. Ansima dal naso come un toro alla corrida.&lt;br /&gt;&lt;ascoltami&gt;&lt;br /&gt;Se ne va sbattendo la porta. La stanzetta trema sotto un terremoto del quinto grado della scala richter e dalle mensole cadono ninnoli e suppellettili. Spengo subito lo stereo perché quando fa così è meglio non contrariarlo. Tolgo il disco dal piatto con cura estrema e lo infilo nella custodia di cartone, questo bootleg del concerto dei Clash al Shea Stadium mi è costato un occhio della testa ma ne è valsa la pena. Domani, però, metto su The song remain the same, il live dei Led Zeppelin, poi imbraccio la mia mitica Gibson Les Paul e così vediamo chi la spunta tra me e quel frocio di Jimmy Page.&lt;br /&gt;Si, voglio proprio vedere.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-1966648083917215075?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2008/09/live-di-cattive-inclinazioni.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEf7XU809I/AAAAAAAAAJ0/wOyFh3OTKDk/s72-c/7957210.jpg' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>1</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-2696471088678139310</guid><pubDate>Fri, 05 Sep 2008 11:55:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-09-08T02:45:08.580-07:00</atom:updated><title>MATURI ALLA VOLTA DELLA CALABRIA di Dario Cioffi</title><description>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEfJ6gdsCI/AAAAAAAAAJs/VkFNz9j_Q00/s1600-h/untitledsw.bmp"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5242505696420671522" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" height="435" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEfJ6gdsCI/AAAAAAAAAJs/VkFNz9j_Q00/s400/untitledsw.bmp" width="234" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Mese di luglio, ultima decade, ripescare la data precisa sarebbe al momento impresa ardua ma dato che so che pur senza saperla stanotte dormirete lo stesso, sorvolo e vado oltre. Dodici ragazzi, neo diplomati, tutti presso il “magico” liceo scientifico “Francesco Severi” di Salerno (classe quinta Q, doveroso sottolinearlo), decidono di festeggiare con una settimana di vacanza in un villaggio turistico la propria ormai consacrata maturità. A loro (cioè a noi) si aggiungono due graditi “intrusi”: Flavio, all’epoca il fidanzato di Gabriella (una delle tre donne al nostro seguito, nonché persona a me tanto cara), ed Amedeo (per tutti “il Mesale” – che tradotto in italiano vuol dire “tovaglia” da cucina – soprannome affibbiatogli in maniera che definire geniale è riduttivo da un Carabiniere dinanzi lo stadio “Arechi” dopo una perquisizione al suo zaino prima di una partita della Salernitana, che aveva fatto emergere dal fondo della borsa di Amedeo qualcosa come quattro-cinque panini – per 90’ di partita parevano esser abbastanza). Quel viaggio in Calabria, al quale stavo pensando praticamente da due anni, fu davvero un’esperienza esaltante, esilarante, comica, come del resto gran parte di quel quinquennio indimenticabile vissuto al liceo.&lt;br /&gt;Prima della partenza organizziamo le camere, suddividendoci in tre appartamenti. Il primo, per le tre ragazze: la già citata Gabriella, Maria (detta “la legge” per i suoi continui riferimenti giurisprudenziali, inutile dirvi oggi a quale facoltà universitaria sia iscritta…) ed Alessandra, ragazza tranquilla e simpatica che – a posteriori – posso affermare che se avesse vissuto un po’ meno lungi dalla nostra “bolgia” scolastica sarebbe stata apprezzata sicuramente di più. Secondo appartamento, e qui so di non essere in grado – con le poche righe che ho a disposizione – di render sino in fondo giustizia alla complessità dei personaggi. Ci provo. In bungalow insieme ci sono: Virginio (soprannominato “il testone”, mio “collega” rappresentante d’istituto nell’ultimo anno di scuola, di lui al mondo è stata fatta un’unica copia – e meno male! –, non dimenticate il suo nome perché ci ritornerò in seguito); Enzo (a primo acchito sembra “l’eterno scontento”, l’uomo che non ti dà mai ragione ma che se ispirato sa farti morire dalle risate); Giorgio (“il Pompele”, questo il suo cognome, è il fido socio di Enzo, più serafico e tranquillo…tranne quando inizia a praticare il suo sport preferito: bere!); Giovanni (detto “il ragioniere” per l’abbigliamento mai fuori posto, il più timido forse, l’evoluzione della sua personalità è stata nel tempo un crescendo rossiniano, ragazzo generoso e sempre disponibile) ed il già citato Flavio (soprannominato “Abù” per la carnagione scurissima e per il fatto che l’ottima Gabry lo chiamasse a rapporto per portarle le valigie manco Flavio, eccellente ballerino di latino-americano e roba del genere – sono troppo neofita per entrare nel dettaglio –, fosse stato davvero uno schiavo del continente nero). E qui, finalmente, arriviamo alla mia stanza. Come sempre, la più numerosa: una “quintupla con letto aggiunto”, accezione inventata da noi, ovviamente. Il gruppo si compone dei seguenti elementi: Dario (mio omonimo e “fratellone” acquisito, un “gigante buono” di un metro e novanta per centotrenta chili – oggi forse qualcosa in più –, nella vita fa il pallanuotista, all’occorrenza il body-guard ed ha la passione per le Forze Armate, anche se ha deciso che non vi entrerà mai); Antonio (altro fratello per me, compagno di classe sin delle scuole medie oltre che di “cortile” abitando nello stesso palazzo, carattere aspro solo in apparenza, in realtà un pozzo di sorprese e simpatia, per qualche anno l’abbiamo ribattezzato “il cantastorie” per la sua attitudine ad inventare credibilissime storie mai verificatesi, oggi fa il poliziotto); quindi c’è Carmine (“lo zingaro felice”, uno che non vuol dar fastidio né vuole riceverne, vive accontentandosi delle piccole cose, un po’ “vecchio” nei modi di fare ma quando sta con noi è una “pariata”); ancora, c’è Mario (“il Saggese”, dal cognome, altro personaggio di rara riproducibilità, più cordiale e disponibile di un missionario, unica pecca un po’ di cultura generale, specie la geografia); il già citato Mesale (al secolo Amedeo) ed infine il sottoscritto.&lt;br /&gt;Fin qui le stanze, progettate per venire incontro alle esigenze di tutti. In loco, ovviamente, sarebbe poi accaduto di tutto ma come non prevederlo in un viaggio di diciottenni neo-maturi?! Ad esempio, Antonio ed il Mesale si sarebbero presi a schiaffi per qualche biscotto (anticipando in maniera clamorosa quella che sarebbe stata di lì a qualche mese una scena-simbolo dell’edizione 2003 del Grande Fratello), Enzo avrebbe criticato il fatto che Flavio si comprasse le prugne con i soldi della spesa comunitaria, mentre Dario – alle 18,30 di ogni giorno –, in lieve anticipo sulle comuni abitudini degli esseri umani, avrebbe iniziato a dar segni di squilibrio sollecitando anzitempo tutti a lasciare la spiaggia al grido di battaglia: “Teng’ fame…aggià ì a cucinà”. Che meraviglia! Ma non è dei fatti in se stessi, succedutisi durante il nostro soggiorno al villaggio “Capo Piccolo” di Capo Rizzuto, che mi premeva parlare. Piuttosto, voglio raccontarvi il nostro viaggio. E che viaggio! Partenza di venerdì notte, ore 2 dalla stazione di Salerno. In treno, ovviamente. I patentati sono ancora pochi e poi, onestamente, quale papà darebbe mai in mano ad un figlio un’auto che parte per un “luogo del non ritorno?!”. Alla stazione, a curare il tutto, c’è il signor Sergio, il papà di Darione – agente di Polizia Ferroviaria – una persona che sarebbe capace di farti sentire al sicuro anche in piena notte tra i vicoli dei Quartieri Spagnoli partenopei. Il figlio, fisicamente, ha preso da lui! Credo di aver reso l’idea. Virginio, come da prassi, è il più carico di tutti: ha con sé l’immancabile “bonghetto” – lui è un percussionista straordinario – ed una buona dose di altre “sciartapelle” (si chiamano così dalle nostre parti gli oggetti più “futili”) come da consolidato stile. Ci sentiamo tutti un po’ emozionati, per noi è un po’ come un primo – o forse, chissà, l’ultimo – giorno di scuola. L’incanto, però, si rompe ben presto. Quando saliamo sul treno, infatti, a bordo ci attendono svariate centinaia di persone, gettate in terra nei corridoi come profughi che stanno consumando una lunga agonia. Intendiamo subito, insomma, che quello sarebbe stato davvero un vero proprio “viaggio della speranza”. Ma che viaggio! All’inizio, in vano, cerchiamo un posto negli scompartimenti, camminando lungo un paio di carrozze. Che tragedia! Per fortuna abbiamo di che essere allegri perché a salire in cattedra è da subito il mio amico Mesale, che a noi è noto per un piccolo problemino che l’affligge: non ci vede gran che bene. Così, sbattendo qua e là il suo borsone Arena adattato a valigia, il Mesale finisce per non accorgersi di un uomo – nazionalità incognita ma io gioco tutto sull’indiana – che si era beatamente appisolato, disteso di lungo in corridoio. Amedeo (è sempre il Mesale, non dimenticate) prima lo calpesta un paio di volte, poi, dopo averlo bruscamente destato dal sonno, gli sbatte in pieno volto la valigia. Perché? Perché mentre noi tutti siamo divisi tra il riso e la vergogna guardando in faccia il povero indiano, Amedeo non si è ancora accorto di un bel nulla e prosegue imperterrito nella sua marcia devastante, calpestando un altro “presunto” indiano, per sua fortuna meno assonnato del precedente. Evviva la “par condicio”! In cinque-sei, ci appostiamo nell’unico angolo libero del treno: dinanzi al bagno. Le nostre donne trovano rifugio in uno scompartimento – magie dell’esser “femmine” –; Virginio si accartoccia nel corridoio tenendosi stretto il suo bonghetto manco fosse un figlio appena svezzato; Flavio “si pompa” di musica latina ed Enzo è un continuo lagnarsi contro tutto e tutti. Noi, dinanzi al nostro bagno, cominciamo il nostro sport preferito: “mettere a giro” qualcuno. I “bresuott”, nome con cui Darione definisce i calabresi, sono gli obiettivi preferiti. Intanto il Mesale, appostato proprio dinanzi la porta che dà accesso al bagno, viene tartassato dai passeggeri che lo urtano puntualmente per andar a fare i loro bisogni, prima che la diabolica mente di Antonio partorisca l’idea più brillante della notte: cartellone affisso dinanzi la porta con su scritto “bagno fuori servizio” ed il via vai della gente che turbava la nostra quiete per andare a far la pipì diventa solo un antico ricordo. Geniale. Il viaggio è fisicamente parlando massacrante, le valige sono i nostri cuscini di fortuna ma tra battute continue ed un’infinità di risate dai finestrini anche l’alba si fa d’argento (questo è Baglioni, non Dario Cioffi) e la nostra meta pare sempre più vicina. Il treno, fermata dopo fermata, va man mano sfollandosi. Ci raduniamo facendo un mini-bilancio della nottataccia passata in terra, poi lo speaker annuncia il nostro arrivo. In stazione le navette del villaggio ci prelevano – a costi mi par di ricordare salatissimi – e ci conducono a destinazione. Sono le 8,30 del mattino, per avere in consegna le stanze c’è ancora da attendere tanto, meglio dunque posare i bagagli e tuffarsi subito in piscina: “In modo che, almeno, ci sciacquiamo pure…” – così parlò Darione. &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-2696471088678139310?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2008/09/maturi-alla-volta-della-calabria-di.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SMEfJ6gdsCI/AAAAAAAAAJs/VkFNz9j_Q00/s72-c/untitledsw.bmp' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-5653638374818611002.post-5890083739613849577</guid><pubDate>Sun, 29 Jun 2008 17:13:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-12-11T19:37:59.314-08:00</atom:updated><title>Numero Di Luglio</title><description>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SGfDFb7_JnI/AAAAAAAAAJc/LaaSexmSTok/s1600-h/inferno1-DEF.gif"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5217353191498131058" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; CURSOR: hand; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SGfDFb7_JnI/AAAAAAAAAJc/LaaSexmSTok/s400/inferno1-DEF.gif" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Pronto per voi il numero di Luglio del nostro blog, votate, commentate, questa vetrina è per voi lettori e fatene ciò che volete.&lt;br /&gt;Ricordiamo a tutti che è finalmente in libreria il libro di Gianfranco Marziano "Inferno", l'ultima pubblicazione di Ad Est dell'Equatore.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5653638374818611002-5890083739613849577?l=adestdellequatore.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://adestdellequatore.blogspot.com/2008/06/numero-di-luglio.html</link><author>noreply@blogger.com (ad est dell'equatore)</author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_feZMfXxpWTY/SGfDFb7_JnI/AAAAAAAAAJc/LaaSexmSTok/s72-c/inferno1-DEF.gif' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>1</thr:total></item></channel></rss>